In questi giorni Roma riaccende l’Eliseo dopo sei anni di buio e a Napoli il Ministero promette che il Sannazaro, distrutto dal rogo di febbraio, “rinascerà come una fenice”. Non è retorica: risorgere dalle proprie ceneri, per i grandi teatri italiani, è quasi una specialità nazionale
“Rinascerà come una fenice.” Lo ha detto il Ministero della Cultura a proposito del Teatro Sannazaro di Napoli, il gioiello di Chiaia inaugurato nel 1847 e sventrato da un incendio il 17 febbraio di quest’anno, con danni stimati fra i sessanta e i settanta milioni di euro. È la frase di rito, quella che si pronuncia davanti a ogni sipario andato in fumo. E proprio perché è di rito vale la pena prenderla sul serio, perché nel caso dei teatri italiani non è affatto un modo di dire. Mentre a Napoli si contano le macerie, a Roma si riaccendono le luci: il Teatro Eliseo riapre in questi giorni dopo sei anni di silenzio, il Piccolo il 2 ottobre e la sala grande il 28. Due storie opposte, la stessa lezione: in Italia un teatro può morire in mille modi, ma non ha quasi mai il permesso di restare morto.
IL SANNAZARO DIVORATO DALLE FIAMME
Cominciamo dai record, perché ce ne sono due e sono agli antipodi. Il Teatro di San Carlo di Napoli detiene quello di velocità. La notte del 12 febbraio 1816 le fiamme lo divorano, pare per una lanterna rimasta accesa durante le prove. Il più antico teatro d’opera d’Europa ancora in attività ridotto a scheletro fumante. Il re Ferdinando ordina di ricostruirlo subito, l’impresario Domenico Barbaja e l’architetto Antonio Niccolini si mettono al lavoro, e circa trecento giorni dopo, il 12 gennaio 1817, il San Carlo riapre più bello di prima, tanto che tutta Europa verrà a copiarlo. Meno di un anno dalla catastrofe al trionfo: nessuno ha mai fatto meglio.
All’estremo opposto c’è il Teatro Regio di Torino, che stabilisce il record di pazienza. L’8 febbraio 1936 un corto circuito sotto il palcoscenico incendia tutto. E qui non c’è nessun re di fretta: il Regio resta al buio per trentasette anni. Trentasette. Riaprirà soltanto il 10 aprile 1973, con un teatro completamente nuovo. Un’intera generazione di torinesi è nata, cresciuta e diventata adulta senza avere un teatro d’opera. La fenice, a volte, se la prende comoda.
C’è poi chi non è stato ucciso dal fuoco ma dalla guerra. Il Teatro alla Scala di Milano, il tempio, viene squarciato dalle bombe alleate nell’agosto del 1943. Il simbolo stesso della città in rovina come la città. Eppure la Scala è tra i primi edifici che Milano decide di rimettere in piedi, prima ancora di tante case: c’è bisogno di un segnale che la vita ricominci. L’11 maggio 1946, a guerra finita da un anno, il Piermarini ricostruito riapre con un concerto diretto da Arturo Toscanini, rientrato dall’esilio americano. Non fu la riapertura di un teatro, fu la riapertura di un Paese. Quando l’orchestra attaccò, migliaia di persone capirono che si poteva ricominciare a vivere.
L'ELISEO TORNA ALLA LUCE
Il caso più doloroso e ancora oggi il più oscuro è quello del Teatro Petruzzelli di Bari, il più grande teatro privato d’Italia. Nella notte fra il 26 e il 27 ottobre 1991 un incendio doloso lo rade al suolo. Il teatro era chiuso, l’ultima opera che vi era andata in scena era stata, quasi come una beffa del destino, la Norma di Bellini. Segue il buio più lungo della sua storia: diciotto anni di macerie, promesse, inchieste e polemiche, mentre Bari guarda ogni giorno il cadavere del suo simbolo. Il Petruzzelli riaprirà soltanto il 4 ottobre 2009, quasi due decenni dopo. Diciotto anni per riavere indietro una serata a teatro.
E arriviamo a lei, quella che porta il destino scritto nel nome. Il Gran Teatro La Fenice di Venezia si chiama così non per vezzo poetico ma per necessità: nacque nel 1792 dalle disgrazie di una compagnia che aveva perso il vecchio Teatro San Benedetto, e scelse il nome dell’uccello mitologico che risorge dalle proprie ceneri come una promessa. Il destino l’ha presa in parola con crudele puntualità. La Fenice è bruciata nel 1836, per una stufa difettosa, ed è stata ricostruita e riaperta l’anno dopo. Poi è bruciata di nuovo, il 29 gennaio 1996, e stavolta per mano dolosa: un elettricista, Enrico Carella, e il cugino appiccarono il fuoco per mascherare i ritardi dei lavori ed evitare le penali. Il teatro chiamato Fenice divorato per una manciata di penali contrattuali. È stata ricostruita “com’era e dov’era”, su progetto di Aldo Rossi, e ha riaperto i battenti nel dicembre del 2003. Un teatro che non solo è rinato dalle ceneri, ma che aveva addirittura previsto di doverlo fare, mettendoselo nel nome.
SAN CARLO, RECORD DI VELOCITÀ
Restano i due casi di stretta attualità, e sono istruttivi perché si somigliano solo in superficie. Il Sannazaro di Napoli è la ferita fresca, morto di fuoco come i grandi del passato, e già circondato dalle stesse promesse di rinascita, con i teatri nazionali che lanciano raccolte fondi e il Ministero pronto ad acquistarlo per ricostruirlo. L’Eliseo di Roma, invece, non è stato ammazzato da nessun rogo: è stato spento lentamente, dal 2020, da una crisi economica, dalla querelle sui fondi pubblici, dalla pandemia e perfino dalla messa in vendita dell’immobile. È la morte più moderna e più vigliacca, quella per abbandono, quella che non fa scattare nessuna sirena dei pompieri. Eppure anche da quella si torna: la sala grande riapre il 28 ottobre con, di tutto, un “Dylan Dog Horror Show” tratto dai fumetti di Tiziano Sclavi. Il tempio della prosa romana che rinasce con un incubo a fumetti: se non è saper stare al mondo questo.
Alla fine è questa la vera specialità italiana. Altrove un teatro che brucia è una notizia di cronaca; da noi è un capitolo di una biografia che continua. Li bruciamo, li bombardiamo, li lasciamo crollare, a volte ce li facciamo incendiare per truffare un’assicurazione o rimediare a un ritardo nei lavori. Poi, immancabilmente, li rialziamo. Non perché siamo bravi a proteggerli, questo purtroppo no. Ma perché non riusciamo a immaginare le nostre città senza. La fenice, in fondo, non è un simbolo: è una condanna a risorgere.