di Pierluigi Rapaccioli
Nel 2026 un’intelligenza artificiale genera qualsiasi rumore in un secondo. Peccato che i suoni più famosi della storia del cinema li abbia inventati un uomo con un melone, un contrabbasso e due noci di cocco. Piccola guida al finto più artigianale che esista
Viviamo l’anno in cui una riga di testo basta a farsi sputare da un computer il verso di un drago, il tuono, il respiro di un alieno. Il suono sintetico è dappertutto, e fa un po’ paura. Vale allora la pena ricordarsi una cosa che l’orecchio dà per scontata da un secolo: quasi tutti i rumori che consideriamo “veri” al cinema non esistono. Sono trucchi. E i più celebri di tutti non li ha partoriti nessun algoritmo, ma un artigiano ostinato chiuso in una stanza con addosso gli oggetti più stupidi del mondo. Il mestiere si chiama sound design, il reparto artigianale si chiama Foley, e la sua storia è una comica sublime.
IL MESTIERE DEL RUMORE ARTIGIANALE
Comincia con una scimmia gigante. Per King Kong del 1933 il capo del suono della RKO, Murray Spivack, doveva inventare la voce di un animale che non esiste. Prese i ruggiti registrati di un leone e di una tigre, li rallentò e li fece girare al contrario, poi ci aggiunse la propria voce urlata dentro un megafono. Il risultato non somigliava a nessuna bestia reale, ed è esattamente per questo che funzionava: era la prima volta che il cinema costruiva un mostro partendo dal suono. Kong ruggì al rovescio, e noi ci credemmo.
Vent’anni dopo, dall’altra parte del mondo, un compositore serio fece di meglio rinunciando del tutto agli animali. Per Godzilla del 1954 Akira Ifukube provò a lungo con versi di bestie e non lo convincevano. Alla fine infilò un guanto di pelle cosparso di resina e lo strofinò sulle corde allentate di un contrabbasso, registrò quel gemito e lo rallentò. Il grido più riconoscibile del cinema giapponese, quello che ancora oggi fa sussultare le sale, è un signore che tortura uno strumento a corde con un guanto da lavoro.
Poi c’è il maestro del brivido, che sul suono era pignolo quanto sull’inquadratura. Le coltellate della doccia di Psycho, 1960, non sono coltellate: è una lama piantata dentro un melone. Hitchcock fece letteralmente un provino di meloni, ascoltandone diverse varietà a occhi chiusi finché non trovò quello con il tonfo giusto, un casaba. E siccome il film era in bianco e nero, il sangue che cola nello scarico è sciroppo di cioccolato. La scena più terrorizzante della storia del cinema è, tecnicamente, frutta e merenda.
KING KONG E IL SUONO INVENTATO
Scendiamo di un gradino ancora, fino all’oggetto più umile della categoria. Il rumore degli zoccoli di cavallo, sentito in migliaia di film e sceneggiati, per decenni è stato prodotto battendo a ritmo due mezze noci di cocco svuotate. È talmente vero e talmente ridicolo che i Monty Python ci costruirono sopra una gag immortale, un cavaliere senza cavallo seguito da uno scudiero che fa il cavallo con i cocchi. La battuta funzionava proprio perché il pubblico quel suono lo conosceva a memoria senza sapere da dove venisse.
Arriviamo alla galassia lontana lontana, dove lavorava il più grande di tutti. Per Star Wars del 1977 Ben Burtt costruì un intero universo sonoro con la spazzatura. La spada laser è il ronzio del motore di un vecchio proiettore da pellicola, sposato al fischio d’interferenza che un microfono capta passando vicino al tubo catodico di un televisore acceso. Il colpo di blaster è il suono di un cavo d’acciaio teso di un traliccio radio, colpito con una chiave inglese. E la voce di Chewbecca, il ringhio più amato del cinema, è un impasto di orsi, trichechi, leoni, tassi e foche cucito insieme nota per nota.
L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SOSTITUISCE I FOLEY
Il capolavoro di ostinazione, però, arriva nel 1993 e ha la faccia di un dinosauro. Per Jurassic Park Gary Rydstrom passò mesi a rubare versi agli animali dello zoo. Il ruggito del Tyrannosaurus è un collage in cui c’entrano un cucciolo di elefante, una tigre e un alligatore. Ma il dettaglio che ha reso Rydstrom leggendario è un altro: i suoni intimi, quasi teneri, con cui i velociraptor “comunicano” tra loro nelle scene più famose sono, testualmente, due tartarughe che si accoppiano. La cosa più spaventosa del film è, in realtà, la più imbarazzante.
E infine il trucco che smaschera tutti gli altri, e che chiude il cerchio con l’ansia da intelligenza artificiale di questi mesi. Si chiama Wilhelm scream. È un urlo registrato nel 1951 per un western, Distant Drums, per la scena di un soldato azzannato e trascinato sott’acqua da un alligatore. Quell’urlo finì in archivio, dove negli anni Settanta lo ripescò Ben Burtt, che lo ribattezzò dal soldato Wilhelm di un altro western del 1953 e lo infilò in Star Wars come firma segreta. Da allora è lo stesso identico grido, ripetuto tale e quale, in oltre quattrocento film: lo trovi in Guerre Stellari, in Indiana Jones, in decine di blockbuster. Nell’anno in cui una macchina promette di generare infinite urla diverse in un secondo, l’urlo più famoso della storia del cinema resta uno solo, di un uomo che gridò una volta sola nel 1951. E ci basta ancora.