ADDIO A UMBERTO PIZZI • DAGLI SCATTI DELLA DOLCE VITA AI CAFONAL DI DAGOSPIA

Umberto Pizzi non era soltanto un fotografo: era un archivio vivente della società italiana, un osservatore instancabile che ha attraversato più di sessant’anni di storia con una macchina fotografica al collo e uno scooter come compagno di inseguimenti. È morto oggi, a Roma, a 88 anni (avrebbe compiuto 89 il 7 ottobre), lasciando un patrimonio di oltre due milioni di fotografie, un archivio talmente vasto e prezioso da essere considerato un pezzo di memoria nazionale.

Nato a Zagarolo nel 1937, ottavo figlio di una famiglia modesta, Pizzi non nasce paparazzo: prima di immortalare divi e politici, fotografa la povertà e le tensioni del Medio Oriente come fotoreporter per la FAO, tra Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Un’esperienza che lui stesso definiva fondativa: “mi ha insegnato a guardare le persone, non le pose”.

Il salto nella Dolce Vita avviene quasi per caso. Da ragazzo lavora all’Hotel Ambasciatori di via Veneto, uno dei templi della mondanità romana. Lì vede passare Liz Taylor, Richard Burton, Mastroianni, Gassman, Rossellini. Lì capisce che la fotografia può essere un mestiere. E negli anni Sessanta Roma è il posto perfetto: una città che è insieme Hollywood e Cinecittà, aristocrazia e politica, salotti e scandali. Pizzi si immerge in quel mondo con una regola sola: cercare il momento in cui la maschera cade.

Le foto che hanno fatto la storia (e qualche fortuna)

Pizzi non era un fotografo “gentile”: era un cacciatore. E come tutti i cacciatori, aveva storie incredibili.

La più celebre è quella della “baronessa sans-culotte”, scattata nella dimora veneziana dei Volpi di Misurata: la baronessa Francesca Thyssen, elegantissima e forse alticcia, solleva lo strascico dell’abito e mostra il sedere. Una foto rubata in una serata dove non doveva nemmeno essere presente: l’esclusiva era di Richard Avedon. Pizzi raccontò di aver insultato Volpi per farsi far entrare, e di aver scattato con un flash che “andava in fiamme”. Quella foto gli portò “una barca di soldi”.

Un’altra curiosità: Liz Taylor lo chiamava “rubber face”, faccia di gomma, per la sua capacità di deformarsi, mimetizzarsi, sparire e riapparire nel momento giusto.

E poi c’è l’episodio con Gérard Depardieu: una sera al Jackie O’, l’attore ubriaco tenta di colpirlo dopo uno scatto non gradito. Pizzi schiva il colpo e lo stende con un pugno. “Lui mancò, io invece lo presi bene”, raccontò anni dopo.

Il fotografo che mise a nudo il potere

Pizzi non fotografava solo attori e aristocratici: fotografava il potere.

Ha immortalato Andreotti, Berlinguer, Berlusconi, spesso in momenti non ufficiali, spontanei, imbarazzanti. Una delle sue foto preferite ritrae Berlinguer circondato da operai che mangiano il panino usando l’Unità come cappello per ripararsi dal sole. “Quella foto non mi ha dato una lira, ma è una delle più belle”, disse.

Di Berlusconi ricordava una foto alla parata del 2 giugno: “Si gratta i suoi gioielli”. Nessuno gliel’ha mai chiesta indietro.

Il Cafonal: la seconda vita di Pizzi

Negli anni Duemila, Pizzi diventa un fenomeno pop grazie a Roberto D’Agostino e a Dagospia.

Le sue foto alimentano la rubrica Cafonal, un osservatorio ironico e spietato sui vizi della società romana: cadute di stile, eccessi, volti deformati dal potere e dall’alcol. È qui che Pizzi diventa un personaggio: l’ultimo vero fotografo di marciapiede, capace di raccontare la mondanità come un antropologo.

Negli ultimi anni collaborava anche con Il Fatto Quotidiano, dove pubblicava reportage e rubriche video.

Un archivio che è un pezzo d’Italia

Le sue foto sono apparse su Time, People Magazine, Sunday Express Magazine, oltre che su tutte le principali testate italiane.

Il Ministero della Cultura ha deciso di tutelare il suo archivio, riconoscendone il valore storico.

Pizzi lascia un’eredità enorme: non solo immagini, ma un modo di guardare il mondo. Cercava la verità nei dettagli, nei gesti fuori posto, nelle smorfie che sfuggono al controllo. Ha raccontato l’Italia quando era glamour, quando era potente, quando era fragile, quando era ridicola.

Con lui se ne va forse l’ultimo fotografo della Dolce Vita, l’ultimo che ha saputo raccontare il potere senza chiedere permesso, l’ultimo che ha trasformato la mondanità in un documento antropologico.

Un pezzo di Italia, oggi, è rimasto senza il suo occhio più indiscreto.

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