Oggi il regista è un dio: la sua “visione” si venera, i director’s cut si vendono come eventi, il nome sul poster vale quanto il film. Eppure per trent’anni il gesto d’autore più estremo è stato l’opposto: togliere la firma. E chi la toglieva diventava tutto la stessa persona, un fantasma di nome Alan Smithee
Nel 2026 il regista è la vera star. Christopher Nolan riempie le sale con la sua Odissea, i cofanetti si vendono a peso d’oro per venti minuti di scene tagliate, e la parola “visione” viene pronunciata con lo stesso tono con cui una volta si parlava dei santi. Il nome del regista sul manifesto è una garanzia, un marchio, spesso l’unico motivo per cui compri il biglietto. Proprio per questo vale la pena raccontare la storia più controintuitiva che il cinema conosca: quella di quando la cosa più preziosa non era mettere il nome su un film, ma riuscire a levarlo. E di come, per farlo, tutti finissero per usare lo stesso nome finto.
IL FANTASMA DIETRO LA MACCHINA DA PRESA
Tutto comincia nel 1969, con un western intitolato “Death of a Gunfighter”. Il regista Robert Totten litiga furiosamente con la star Richard Widmark e viene sostituito, a riprese avanzate, da Don Siegel. A film finito nessuno dei due vuole firmarlo: Totten perché non è più il suo film, Siegel perché non se la sente di rubare il lavoro al collega. La Directors Guild, il sindacato dei registi, inventa una soluzione: un nome di fantasia. Provano con “Al Smith”, troppo comune, e finiscono per limarlo in Smithee. Nasce Alan Smithee. E qui arriva la beffa più bella della storia del cinema: i critici, non sapendo che era un fantasma, lo elogiarono. Roger Ebert lo definì “un western straordinario” firmato da “Allen Smithee, un nome che non conosco”. Il New York Times scrisse che il film era “diretto con acume da Allen Smithee, che ha un raffinato talento nello scrutare i volti”. Un regista che non esisteva veniva salutato come una promettente rivelazione. Il fantasma aveva ricevuto ottime recensioni.
Da lì Alan Smithee diventa la porta di servizio di Hollywood, con una regola di ferro imposta dal sindacato: per usarlo dovevi dimostrare a una commissione di aver perso davvero il controllo creativo del film, e in cambio non potevi nemmeno raccontare in giro che quel film era tuo. Un disconoscimento segreto. Una firma-fantasma di cui era vietato persino rivendicare l’assenza.
NASCITA DI UN NOME FITTIZIO
Il caso più clamoroso porta la firma, si fa per dire, di David Lynch. Nel 1984 Lynch gira il suo “Dune”, travagliatissimo, sul quale non ha l’ultima parola di montaggio. Ma è quando la Universal, alle sue spalle, assembla una versione lunga per la televisione, gonfiandola di scene scartate e di un prologo raccontato da una voce fuori campo, che Lynch esplode. Si toglie dalla regia, che diventa di Alan Smithee, e per la sceneggiatura si inventa un altro pseudonimo al vetriolo: “Judas Booth”, cioè Giuda più John Wilkes Booth, l’assassino di Lincoln. Due traditori in un nome solo. Il regista più venerato del cinema d’autore contemporaneo, sul suo stesso film, ha voluto firmarsi come il doppio tradimento.
Non è il solo grande nome nella lista dei fantasmi. Dennis Hopper, dopo che i produttori gli rimontano “Catchfire” (1990) senza di lui, lo rinnega e ci mette Smithee. Michael Mann, uno che sul controllo maniacale di ogni fotogramma ha costruito una leggenda, accetta l’anonimato di Smithee pur di non firmare le versioni tagliate per la tv di due suoi film, “Heat” e “Insider – Dietro la verità”: meglio sparire che mettere il proprio nome su un montaggio deciso da altri per fare spazio alla pubblicità. E Kevin Yagher, mago degli effetti speciali al suo esordio dietro la macchina da presa con “Hellraiser: Bloodline” (1996), guarda lo studio smontare e rimontare il suo horror e decide di consegnarlo al fantasma anziché al proprio nome vero.
QUANDO LA FIRMA DIVENTA UN PESO
Il finale è degno di una commedia degli equivoci, ed è il motivo per cui Alan Smithee oggi non esiste più. Nel 1997 esce un film intitolato, letteralmente, “An Alan Smithee Film: Burn Hollywood Burn”. La trama? Un regista che si chiama davvero Alan Smithee gira un kolossal, i produttori glielo massacrano, e lui vorrebbe togliere il proprio nome dal film… ma non può, perché lo pseudonimo usato per togliere il nome dai film è proprio Alan Smithee. Un cortocircuito perfetto. La beffa è che il vero regista di questa commedia, Arthur Hiller, entrò in guerra con il produttore e sceneggiatore Joe Eszterhas, si dichiarò defraudato del controllo creativo… e tolse il suo nome, diventando Alan Smithee. Un film su Alan Smithee, diretto da Alan Smithee. Il risultato: 19 sale in tutto, 45.779 dollari d’incasso a fronte di un budget da dieci milioni, cinque Razzie tra cui peggior film dell’anno. Troppa attenzione su un nome che doveva restare invisibile: nel 2000 la Directors Guild ritirò lo pseudonimo. Da allora ogni regista scontento deve inventarsi il suo: Walter Hill si è firmato “Thomas Lee” per “Supernova” (2000), David O. Russell è diventato “Stephen Greene” per “Accidental Love” (2015).
Resta la lezione, e nel 2026 suona quasi rivoluzionaria. Oggi si combatte per mettere il proprio nome ovunque, per rivendicare ogni fotogramma, per trasformare la regia in un brand. Per trent’anni, invece, il gesto più radicale che un autore potesse compiere è stato l’opposto: guardare il proprio film e dire “questo non sono io”. A volte l’atto d’autore più puro non è firmare. È cancellarsi.