DOPO SANREMO, FUORI L’AI ANCHE DALLE CLASSIFICHE RADIO (MA ORMAI NON E’ POSSIBILE DISTINGUERE)

Dopo il diktat di Stefano De Martino, anch EarOne mette al bando le canzoni fatte con l’intelligenza artificiale. Sarebbe anche giusto, se fosse semplice distinguere caso e caso. Ma non lo è.

La decisione di EarOne di escludere dalle classifiche airplay le canzoni interamente generate con intelligenza artificiale arriva in un momento in cui l’industria musicale italiana sembra aver trovato un nuovo nemico da combattere. È una scelta che segue quella della FIMI, che già mesi fa aveva bandito i brani prodotti integralmente con AI dalle classifiche ufficiali, e che si inserisce in un clima di crescente diffidenza verso qualsiasi forma di creatività non riconducibile, almeno formalmente, all’essere umano. Una linea che ora coinvolge anche il Festival di Sanremo, dove Stefano De Martino ha annunciato un regolamento che vieta l’uso di sistemi capaci di sostituire o snaturare il contributo creativo umano. È come se l’intero settore avesse deciso di alzare una barriera simbolica contro una tecnologia che, nel bene e nel male, è già parte del processo creativo contemporaneo.

LA MOSSA DI EARONE CONTRO L'AI

Il paradosso è evidente: si pretende di distinguere tra contenuti “AI‑Assisted” e “AI‑Generated”, come se fosse davvero possibile tracciare una linea netta tra ciò che nasce dall’uomo e ciò che nasce dalla macchina. EarOne ha introdotto una dichiarazione obbligatoria per chi distribuisce brani alle radio, e ha affidato alla società AI Music Detector – affiliata all’IRCAM, uno dei centri più avanzati al mondo per la ricerca sul suono – il compito di verificare che le registrazioni non siano state generate in modo sostanziale dall’intelligenza artificiale. Ma la domanda resta: si può davvero stabilire quanta AI c’è in una canzone? E soprattutto, si può farlo con certezza?

La musica, oggi, è un processo stratificato. Una melodia può nascere da un’idea umana e poi essere rifinita da un algoritmo; un arrangiamento può essere costruito con strumenti tradizionali e poi ottimizzato da software intelligenti; una voce può essere corretta, modellata, ricostruita. Perfino la scelta dei suoni passa attraverso librerie che incorporano tecniche di generazione automatica. In altre parole, l’AI è già ovunque, spesso invisibile, spesso inconsapevole. E non da ieri: gli strumenti di correzione vocale, i plug‑in che suggeriscono armonie, i sistemi che ricreano ambienti sonori impossibili sono parte della produzione musicale da anni. Solo che nessuno li chiamava “AI”.

La moda dell’anti‑AI nasce anche da qui: dal bisogno di semplificare un discorso complesso, di rassicurare un pubblico che teme la sostituzione dell’artista, di difendere un’idea romantica di creatività che non è mai stata così pura come si racconta. È una moda che ha radici culturali, più che tecniche. E che si alimenta di casi mediatici, come la battaglia delle etichette contro Suno, accusata di aver addestrato i propri modelli su registrazioni protette, o come le prese di posizione di SIAE, Spotify, Bandcamp, tutti impegnati a definire regole che spesso inseguono più la percezione che la realtà.

SANREMO VIETA L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Sanremo, con il suo regolamento, aggiunge un tassello a questa narrativa. L’AI può essere usata, ma solo come supporto, mai come sostituzione. È un’affermazione che suona bene, rassicura, dà l’idea di un’industria che difende l’arte. Ma ignora un fatto fondamentale: non esiste un test definitivo per stabilire se una canzone sia “umana al cento per cento”. La creatività non si misura con un algoritmo, e la tecnologia non è un intruso da espellere, ma un elemento da governare. La storia della musica è piena di strumenti che all’inizio venivano considerati minacce: i sintetizzatori, le drum machine, il campionamento. Oggi sono parte della tradizione.

La verità è che la lotta contro l’AI è, in larga parte, una questione di immagine. Serve a dire “noi difendiamo l’arte”, “noi proteggiamo gli artisti”, “noi garantiamo autenticità”. Ma la creatività non si certifica: si riconosce. E la musica, quella buona, sopravvive a tutto. Anche alle mode. Anche a questa.

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