L’ex regina delle televendite e sua figlia Stefania Nobile ricevono un riconoscimento culturale a Roma. Il maestro Do Nascimento non pervenuto.
Ci sono premi che raccontano un’epoca. Poi ci sono premi che la ribaltano. Quello che Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno ritirato il 23 settembre 2026 nella Sala della Protomoteca in Campidoglio appartiene decisamente alla seconda categoria.
Le due donne, note al grande pubblico per le vicende giudiziarie che le videro protagoniste nei primi anni Duemila, sono state tra le protagoniste della seconda edizione del P.I.C. – Premio Internazionale della Cultura, evento ideato dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri. Il riconoscimento non era però legato alla loro storia televisiva, bensì ai rispettivi libri pubblicati di recente.
I LIBRI CHE VALGONO UN PREMIO
Wanna Marchi ha ricevuto il premio per «La verità è che io cucino così. Qui non si pesa niente: l’unica misura è l’amore», un volume del 2026 che mescola ricette casalinghe e memorie personali, costruendo un ritratto inedito della donna lontano dai riflettori delle televendite. Stefania Nobile è stata invece premiata per «Vendere cara la pelle», titolo che già nel nome porta il segno di una biografia tutt’altro che ordinaria.
L’iniziativa ha catalizzato una notevole attenzione da parte dei media, comprensibile se si considera il peso simbolico della location — il Campidoglio, sede istituzionale del Comune di Roma — e la traiettoria esistenziale delle due protagoniste, che dopo condanne passate in giudicato si trovano oggi a ricevere riconoscimenti nell’ambito della cultura scritta.
Il trionfo del sale (non pesato)
C’è qualcosa di shakespeariano, o forse più alla Balzac, nella parabola di Wanna Marchi che sale al Campidoglio con un libro di cucina sotto il braccio. La collina sacra di Roma, sulla quale Romolo fondò la città e Cola di Rienzo sognò la renovatio imperii, ospita ora il trionfo letterario di chi un tempo vendeva numeri della fortuna e pacchetti di sale marino ai telespettatori delle tre di notte. Non si tratta di sarcasmo: si tratta di antropologia. L’Italia ha sempre avuto un talento speciale nel riciclare i propri personaggi — lo si vide con Vallanzasca diventato soggetto cinematografico, con Renato Vallanzasca… ma qui siamo oltre. Qui c’è un libro di ricette. «L’unica misura è l’amore», recita il sottotitolo, e viene da chiedersi se questo principio metrico si applicasse anche alle centinaia di milioni di lire che transitarono attraverso i conti delle televendite nei mitici anni Novanta. Nel frattempo, da qualche parte in Italia, un funzionario dell’Antitrust probabilmente fissa il soffitto chiedendosi dove ha sbagliato. Il titolo del volume della figlia, «Vendere cara la pelle», suona invece come un involontario manifesto generazionale: mai una frase fu più autobiograficamente precisa. Rimane da capire se il prossimo premio della cultura verrà consegnato a qualcuno con una storia meno cinematografica — ma in quel caso, diciamocelo, non ne parlerebbe nessuno.
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