IL VERO RE DELLA TV 2026 NON È DE MARTINO: È UNA RUOTA DEL 1989

In access prime time la sfida più raccontata dell’anno è tra due giochi da salotto vecchi di decenni. E a vincere è quello più anziano di tutti, con un settantenne alla conduzione: la prova che la televisione italiana, nella sua fascia più preziosa, ha smesso di inventare

C’è una battaglia che i giornali raccontano ogni mattina come fosse un derby: Gerry Scotti contro Stefano De Martino, La Ruota della Fortuna contro Affari Tuoi, Canale 5 contro Rai 1, tutte le sere alle venti e mezza. Titoloni, dati Auditel spaccati al decimale, sondaggi sui social. E ogni mattina lo stesso verdetto: vince Scotti. Il 7 settembre la Ruota ha portato a casa oltre il 25 per cento e più di quattro milioni e mezzo di spettatori, lasciando Affari Tuoi indietro di quasi un milione di persone. Nelle sere successive è cambiato poco: il settantenne con la ruota davanti continua a passare sopra al golden boy della Rai.

IL DERBY DEGLI ASCOLTI QUOTIDIANI

Fin qui la cronaca, quella che trovate ovunque. Il punto che nessuno dice è un altro, ed è molto meno lusinghiero per tutti: questa “grande sfida della televisione 2026” è uno scontro tra due pezzi da museo.

La Ruota della Fortuna è un format americano del 1975. In Italia ha debuttato il 5 marzo 1989, con Mike Bongiorno che girava la ruota e Ylenia Carrisi che scopriva le lettere. Affari Tuoi, i pacchi, è arrivato da noi nel 2003, ed è a sua volta l’adattamento di un gioco olandese. Vuol dire che la fascia più pregiata e più costosa della televisione italiana, quella che vale oro pubblicitario, l’access prime time, nel 2026 è occupata da due giochi che insieme fanno più di ottant’anni di anzianità di servizio. Nessuna idea nuova. Nessun formato inventato qui. Due meccanismi da sala d’attesa: uno dove giri una ruota e indovini una frase, uno dove apri una scatola e speri.

E c’è un dettaglio che, una volta che lo sai, non riesci più a togliertelo dalla testa. Stefano De Martino è nato il 3 ottobre 1989. Cioè lo stesso anno in cui quella ruota ha cominciato a girare in Italia. Il “nuovo che avanza” della televisione è coetaneo del programma che ogni sera lo batte. È la fotografia perfetta di un’industria che chiama “rivoluzione” un lifting: prendi un format del secolo scorso, ci metti sopra la faccia più giovane e simpatica che hai, e lo vendi come il futuro.

DUE FORMAT DA MUSEO

Attenzione: non è colpa di De Martino, che fa benissimo il suo mestiere e infatti se lo sono già preso per Sanremo 2027 e 2028, un altro rito del secolo scorso, per inciso. E non è nemmeno colpa di Scotti, che di mestiere ne ha da vendere e la ruota la fa girare con un talento che i quarantenni si sognano. Il problema è quello che questa sfida dice del pubblico, e quindi di noi. Perché se vince il gioco più vecchio, più semplice, quello dove non devi sapere niente e ti basta guardare girare una ruota, allora la lezione è chiara: alla fine di una giornata, nel 2026, gli italiani non vogliono essere stupiti. Vogliono essere cullati. Vogliono una cosa che non chieda niente, non un colpo di scena, non un pensiero, non una novità, mentre apparecchiano la tavola.

La televisione l’ha capito prima di noi, e per questo continua a servirci lo stesso piatto da trent’anni. La chiamano competizione. È più onestamente un museo, con due sale sempre piene e la stessa mostra da decenni. Il vero vincitore non è Scotti, e non è nemmeno la Rai o Mediaset. Il vero vincitore, ogni sera, è il 1989.

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