DA SCORSESE A SCOTT: SETTE MAESTRI DEL CINEMA CHE HANNO GIRATO SPOT (E TU NON L’HAI MAI SAPUTO)

Sommario: C’è un pregiudizio comodo per cui l’artista e il pubblicitario sono nemici. Peccato che alcuni dei più grandi registi di sempre abbiano firmato spot proprio nel pieno della gloria, e non per fame: nella réclame trovavano quello che il cinema quasi mai concede

C’è un pregiudizio comodo: da una parte l’artista, dall’altra il pubblicitario. Il regista che insegue la verità e il mestierante che ti vende il detersivo. Peccato che alcuni dei più grandi nomi del cinema mondiale abbiano fatto le due cose insieme, spesso girando lo spot proprio nel pieno della gloria. E non per fame: la pubblicità offre loro quello che il cinema quasi mai concede, cioè budget enormi, libertà totale, trenta secondi da riempire come vogliono e nessun incasso del weekend a cui rispondere. Ecco sette maestri che hanno firmato réclame che magari hai visto senza sapere di chi fossero.

IL PREGIUDIZIO SULL'ARTE PUBBLICITARIA

Ridley Scott, prima ancora di diventare il regista di Alien e Blade Runner, veniva dalla pubblicità: in Inghilterra aveva girato centinaia di spot. E il suo lavoro più celebre di sempre non è un film, è uno spot. “1984” per Apple, andato in onda una sola volta durante il Super Bowl del gennaio 1984 per lanciare il Macintosh: un incubo orwelliano di sessanta secondi che ancora oggi si studia nelle scuole di comunicazione.

Baz Luhrmann ha firmato quello che il Guinness dei primati certifica come lo spot televisivo più costoso di tutti i tempi: “N°5 The Film” per Chanel, 2004, con Nicole Kidman. Circa 33 milioni di dollari per due-tre minuti di profumo. Un cortometraggio di lusso in cui la diva scappa dalla fama fra le braccia di un ragazzo qualunque: il regista di Moulin Rouge che porta al cinema una boccetta.

RIDLEY SCOTT E L'EPOPEA APPLE

Martin Scorsese, nel 2007, ha girato per lo spumante Freixenet “The Key to Reserva”: un finto frammento “ritrovato” di un film mai realizzato da Alfred Hitchcock, ricostruito con maniacale amore filologico. Non uno spot travestito da corto, ma un corto travestito da lezione di cinema, con tanto di suspense hitchcockiana costruita attorno a una bottiglia.

David Lynch ha trattato la pubblicità come i suoi film, cioè come un sogno inquietante. Per Dior, nel 2010, ha diretto “Lady Blue Shanghai” con Marion Cotillard: sedici minuti di mistero, rose blu e stanze d’albergo che sembrano uscite da Mulholland Drive. Negli anni ha firmato anche spot per PlayStation e Calvin Klein, sempre più angoscianti di quanto un profumo o una console dovrebbero essere.

BAZ LUHRMANN PER CHANEL

Wes Anderson ha applicato alla réclame la sua simmetria maniacale e i suoi colori pastello: la profumeria “Candy” di Prada nel 2013, e lo spot natalizio “Come Together” per H&M nel 2016, con Adrien Brody capotreno di un convoglio bloccato dalla neve. Diorami perfetti in cui il prodotto è quasi un dettaglio d’arredo.

Spike Jonze, nel 2016, ha firmato per Kenzo uno degli spot più virali del decennio: “Kenzo World”, in cui una ragazza a un gala perbene esplode in una danza scomposta, violenta, liberatoria, e distrugge tutto quello che ha intorno. Un profumo venduto con l’esatto contrario dell’eleganza da profumo.

QUANDO LA RÉCLAME SUPERA IL FILM

E poi c’è la chiusura italiana, la più clamorosa. Federico Fellini, che “detestava cordialmente” la televisione e considerava il piccolo schermo il nemico del cinema, negli ultimi anni della sua vita girò cinque spot. Per Barilla, nel 1985, “Alta Società”: la signora elegantissima che, davanti all’elenco di piatti francesi recitato dal cameriere, ordina un secco “Rigatoni”. Per Campari, il treno con il paesaggio che cambia di continuo fino alla Piazza dei Miracoli di Pisa. E infine, poco prima di morire, tre spot per la Banca di Roma con Paolo Villaggio che racconta i suoi incubi a uno psicoanalista. L’uomo che aveva passato la vita a difendere il cinema dalla tv ha lasciato, come ultimo set, quello di una réclame bancaria. La pubblicità, evidentemente, non era il nemico: era l’ultimo posto rimasto dove un maestro poteva ancora fare esattamente quello che voleva.

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