Il dialetto che la borghesia bene trattava come roba da sceneggiata e da bancarella oggi è in cima a ogni classifica italiana. E quando l’Ariston ha fischiato Geolier, non stava giudicando una canzone: stava difendendo il proprio monopolio sul buon gusto. Che ha perso.
C’è stata un’Italia, e per certi versi c’è ancora, che del napoletano cantato ha sempre avuto un po’ vergogna. Non la canzone napoletana nobile, quella dei classici da conservatorio, ma l’altra: il neomelodico, la sceneggiata, le musicassette vendute ai semafori, i matrimoni. Un genere che per decenni la stampa colta ha trattato come il grado zero del gusto, quando non direttamente come il sottofondo di un certo folklore criminale. Nino D’Angelo, che di quel mondo è stato il re col caschetto biondo, lo ha detto senza giri di parole: per anni lo chiamavano “terrone”, lo ridicolizzavano, e solo molto più tardi — sono parole sue — “un bel giorno decisero che ero intelligente”. La rivalutazione, cioè, non è arrivata perché lui fosse cambiato, ma perché era cambiata l’aria. Oggi a Nino D’Angelo dedicano documentari presentati alla Mostra di Venezia.
DA SCENEGGIATA A VENEZIA
E non è un caso isolato: è una resa. Perché nel frattempo la lingua che quell’Italia derideva si è presa tutto. Nel 2026 il rapper napoletano Geolier — Emanuele Palumbo, cresciuto a Secondigliano — ha fatto una cosa che nel nostro mercato non si era mai vista: in una sola settimana, stando alle classifiche FIMI, ha occupato tutte e dieci le posizioni della graduatoria dei singoli più venduti, con due album contemporaneamente nella top ten. Non dieci canzoni in classifica: tutta la classifica. In napoletano.
Il momento in cui la frattura è diventata visibile a occhio nudo ha una data: Sanremo 2024. Geolier porta sul palco dell’Ariston “I p’ me, tu p’ te”, un pezzo in dialetto stretto, e domina il televoto. Il pubblico a casa, il Paese, lo vota in massa. La platea del teatro, invece, lo fischia. Quando si aggiudica la serata delle cover, dalle poltrone parte una bordata di fischi. A fotografare tutto ci pensa, con eleganza, Gigi D’Alessio, un altro che da quel mondo viene: “Raramente c’è stato l’accordo tra il Paese e la platea”, dice. “Il Paese ha votato così, non c’è molto da dire.” Tradotto: chi decide cosa è bello e chi compra i dischi sono due Italie diverse, e per una sera lo hanno visto tutti in diretta. Geolier chiuse secondo, dietro Angelina Mango. Ma la notizia non era la classifica: era il muro di fischi.
GEOLIER CONQUISTA LE CLASSIFICHE FIMI
Qui serve onestà, perché è troppo comodo fare del vittimismo geografico. Primo: Geolier è un rapper, non un neomelodico, e mettere tutto il napoletano cantato nello stesso calderone è esattamente lo snobismo che si vuole smontare. Secondo: il napoletano ha una tradizione altissima e mai davvero in discussione, da Pino Daniele in giù, e c’è una Napoli musicale raffinatissima — pensiamo a un fenomeno di culto come Liberato — che i critici hanno sempre amato. Terzo: il dialetto che oggi vende non è più soltanto Napoli, è un’onda che parte da lì ma contagia tutto. Chi liquida ogni cosa come “roba commerciale” spesso è solo chi non è stato invitato alla festa.
E però la festa, adesso, la organizza la periferia. Per mezzo secolo il gusto in Italia lo ha certificato un centro ristretto — le platee giuste, le terze pagine, le radio giuste — che stabiliva cosa fosse canzone e cosa fosse soltanto “canzonetta”. Oggi quel centro continua a fischiare, ma vota il Paese, e il Paese ha deciso di cantare in dialetto. Non è il trionfo del cattivo gusto sul buono: è la fine di un monopolio. Abbiamo passato trent’anni a spiegare ai napoletani che la loro lingua non era seria. Loro, nel frattempo, ci hanno scritto le hit.