Davide Di Lernia, videomaker e regista, è morto l’altra notte a Milano in un terribile incidente motociclistico. Intanto sul web si sono impennate le ricerche anche su papà Leone, l’inventore della Barhouse
La notizia è arrivata nella notte tra sabato e domenica: Davide Antonio Di Lernia, 47 anni, figlio di Leone Di Lernia, è morto in un drammatico incidente in moto a Milano. Era quasi mezzanotte e mezza quando, mentre percorreva via Mecenate verso il centro, per cause ancora da accertare la sua moto ha improvvisamente deviato verso sinistra, finendo contro la balaustra metallica che protegge i binari del tram. L’impatto è stato fatale. La Polizia Locale sta ricostruendo la dinamica e sono in corso gli accertamenti sulle possibili cause della perdita di controllo.
Davide, videomaker, regista e produttore, aveva seguito una strada professionale diversa da quella del padre, lavorando soprattutto dietro la telecamera. Aveva fondato nel 1998 DDLVIDEO e nel corso degli anni aveva collaborato anche con Radio Monte Carlo, Radio 105 e Virgin Radio. Poche ore prima dello schianto aveva pubblicato sui social immagini dal dj set di Carl Cox al Carroponte. E c’è una coincidenza particolarmente dolorosa: proprio via Mecenate era legata alla storia professionale di Leone, che aveva prodotto lì alcuni dei suoi successi discografici. Davide era il più giovane dei quattro figli di Leone e Rosa Nenna e lascia una figlia, Sara.
Leone Di Lernia: 10 cose da sapere sull’uomo che trasformò le canzoni in una lingua tutta sua
1. Prima di diventare Leone Di Lernia, fu “Cucciolo”.
Nato a Trani il 18 aprile 1938, arrivò a Milano e iniziò la carriera come cantante e personaggio radiofonico. Nei primi anni utilizzò anche lo pseudonimo Cucciolo Di Lernia e arrivò persino a lavorare con Renzo Arbore ad Alto Gradimento.
2. Aveva capito una cosa molto prima degli altri: per diventare famoso non serviva necessariamente essere elegante.
Leone fece della propria irriverenza un marchio. Negli anni Ottanta si fece notare anche per un’abitudine oggi quasi impensabile: compariva alle spalle degli inviati televisivi, soprattutto nelle dirette sportive da San Siro. Repubblica lo ha ricordato come una sorta di precursore dei personaggi che cercano deliberatamente la telecamera per diventare parte della notizia.
3. Avrebbe voluto Sanremo. Gli toccò Sanscemo.
Non riuscì a partecipare al Festival di Sanremo, ma approdò al Sanscemo, manifestazione dedicata alla canzone demenziale. Una differenza apparentemente piccola, che però racconta perfettamente la sua carriera: quando la porta della musica “seria” sembrava chiusa, Leone entrava dalla finestra e faceva molto più rumore.
4. La vera svolta arrivò con il Fausto Terenzi Show.
Nel 1993 diventò una presenza riconoscibile del Fausto Terenzi Show su Radio Monte Carlo, programma costruito su scherzi, interventi del pubblico, giochi e una comicità volutamente sopra le righe. Fu un passaggio decisivo verso quella radio che sarebbe poi diventata il suo regno.
5. Le sue parodie non erano semplicemente traduzioni: erano “italiano-baresi”.
Leone prendeva i successi dance del momento e li trasformava completamente. Gypsy Woman diventava “Ra ri ri ra ra ra, pesce fritto e baccalà”, Bailando diventava “Magnando”, The Rhythm of the Night “Te sì magnate la banana”, Pump Up the Jam “Uè paparul maccaron”. E non erano fenomeni marginali: quelle canzoni entrarono nell’immaginario popolare degli anni Novanta.
6. Il suo “Barhouse” era già un’idea geniale di contaminazione.
La serie Barhouse, esplosa nei primi anni Novanta, metteva insieme dance, dialetto barese, comicità e nonsense. Nel repertorio finirono versioni parodistiche di brani internazionali come Pump Up the Jam, Sit and Wait, French Kiss e Street Tuff. Era musica costruita per far ridere, ma con una conoscenza molto precisa dei meccanismi della dance che stava conquistando l’Italia.
7. Poi arrivò lo Zoo di 105. E lì diventò un’istituzione.
Dal 1999 al 2008 fu la spalla comica de Lo Zoo di 105, tornando anche parzialmente nel 2011. La trasmissione gli diede una popolarità enorme e soprattutto gli consegnò un personaggio radiofonico riconoscibilissimo: voce, accento, urla, battute e quella capacità di trasformare praticamente qualsiasi frase in una gag.
8. La radio per lui era davvero una famiglia.
Radio 105 lo ricordò, a un anno dalla morte, attraverso gli aneddoti dei suoi colleghi. Marco Mazzoli, Fabio Alisei, Paolo Noise, Pippo Palmieri, Wender e molti altri raccontarono un Leone che nello Zoo aveva assunto quasi il ruolo di “nonno” del gruppo, dispensando consigli insieme alle inevitabili battute sopra le righe.
9. Fece anche televisione, reality e politica.
Non si limitò alla radio. Partecipò a programmi come Mai dire gol e all’Isola dei famosi. Nel 1997 si candidò inoltre alle elezioni comunali di Milano come capolista della Lega d’Azione Meridionale, formazione collegata a Giancarlo Cito. Non fu eletto.
10. Aveva costruito una carriera praticamente impossibile da replicare.
Cantante, comico, autore di parodie, personaggio televisivo, conduttore radiofonico: Leone Di Lernia è stato uno dei primi a capire che il trash poteva diventare un linguaggio popolare e non soltanto una categoria dispregiativa. Treccani lo definisce infatti un “antesignano” del genere trash e demenziale italiano. Morì a Milano il 28 febbraio 2017, a 78 anni, dopo una lunga malattia. Ad annunciarne la morte fu proprio Davide.
E oggi c’è qualcosa di particolarmente amaro nel fatto che sia stato proprio Davide, nove anni fa, a comunicare al mondo la morte del padre, e che oggi sia il nome di Davide a riportare quello di Leone sulle cronache. Pochi mesi prima della tragedia, inoltre, Davide aveva utilizzato l’intelligenza artificiale per far “rivivere” virtualmente il padre in alcune clip, riproponendo proprio quel repertorio che lo aveva reso famoso. Un ultimo, curioso cortocircuito tra padre, figlio, musica e immagini.