GIOVANNINO GUARESCHI • LA FICTION SU DI LUI HA RIACCESO LA CURIOSITA’: VE LO RACCONTIAMO

E’ stato uno fra gli scrittori italiani più tradotti al mondo (grazie alla saga immortale di Don Camillo e Peppone) ma anche un giornalista e un uomo tutto d’un pezzo

La fiction Rai su Giovannino Guareschi ha avuto un risultato tutt’altro che trascurabile: domenica 20 settembre Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano, con Giuseppe Zeno, ha raccolto circa 2,25 milioni di spettatori e il 16% di share, praticamente alla pari con Italia-Danimarca di pallavolo, che ha fatto poco di più. E c’è un altro dato interessante: nelle ore successive alla messa in onda sono aumentate le ricerche online sul nome di Guareschi, come rilevato da Showblitz. È il classico effetto della televisione quando riesce a riaccendere la curiosità su un personaggio che molti conoscono per sentito dire, ma del quale ricordano soprattutto due nomi: Don Camillo e Peppone. Eppure Guareschi è stato molto, molto più di quello.

Guareschi, 10 curiosità che raccontano l’uomo dietro Don Camillo e Peppone

1. Don Camillo e Peppone non sono nati dal nulla.

Guareschi costruì il suo Mondo piccolo attingendo alla realtà della Bassa. Secondo quanto raccontò il figlio Alberto, Don Camillo si ispirava al sacerdote don Torricelli, mentre per Peppone il riferimento era Giovanni Faraboli, socialista e organizzatore delle prime cooperative operaie di Fontanelle. Ma attenzione: Brescello non è il paese dei racconti. Guareschi non lo nomina mai. Diventò la patria cinematografica dei due personaggi perché la produzione del primo film trovò nella sua piazza il luogo che meglio corrispondeva alle descrizioni dello scrittore.

2. Prima di essere lo scrittore di Don Camillo era un formidabile umorista e disegnatore.

Nel 1936 entrò nel Bertoldo, la rivista umoristica fondata da Cesare Zavattini, e nel giro di poco ne diventò caporedattore sotto la direzione di Giovanni Mosca. La rivista arrivò a tirature enormi per l’epoca, fino a 500-600 mila copie. Guareschi non scriveva soltanto: disegnava anche le proprie vignette.

3. Fu un prigioniero di guerra che si rifiutò di diventare collaborazionista.

Dopo l’8 settembre 1943, da ufficiale dell’esercito, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di collaborare con i tedeschi. Fu arrestato e internato nei lager tedeschi e polacchi. Il suo numero di internato era 6865. La prigionia durò fino al 1945 e diventò una delle esperienze decisive della sua vita.

4. Anche nel lager continuò a fare il giornalista.

È una delle storie più incredibili. Nei campi organizzò con altri internati spettacoli, conferenze e perfino un “giornale parlato”, il Bertoldo parlato, che lui portava da una baracca all’altra. Da quell’esperienza nacquero poi opere come La favola di Natale e il Diario clandestino. Insomma: gli tolsero la redazione, la carta e la libertà, ma non riuscirono a togliergli il mestiere.

5. Il suo motto più famoso nacque proprio nella prigionia.

“Non muoio neanche se mi ammazzano” non è soltanto un titolo cinematografico. È una frase che Guareschi utilizzò come espressione della propria ostinazione durante l’internamento e che divenne una sorta di motto tra i compagni. È anche una sintesi perfetta del personaggio: ironico, testardo, spesso spigoloso e decisamente poco incline a farsi mettere in riga.

6. Nel 1945 fondò Candido, il giornale che lo avrebbe portato a scontrarsi con mezza Italia.

Tornato dalla prigionia, fondò con Giovanni Mosca il settimanale Candido. Ne fu condirettore e poi direttore. Attraverso articoli e vignette attaccò comunisti, socialisti, governo, presidenti della Repubblica e uomini di potere. Nel 1950 fu persino condannato per vilipendio al presidente Luigi Einaudi, a causa di una vignetta pubblicata sul giornale.

7. È anche dietro uno degli slogan politici italiani più celebri del dopoguerra.

Per le elezioni del 1948 comparve il celeberrimo manifesto: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”. La frase è tradizionalmente attribuita a Guareschi e la documentazione storica conserva il manifesto come una delle immagini simbolo della propaganda di quelle elezioni.

8. Finì davvero in carcere per un’accusa di diffamazione.

Nel 1954 pubblicò su Candido due lettere che attribuiva ad Alcide De Gasperi, relative ai bombardamenti alleati su Roma. Le lettere furono successivamente considerate false e De Gasperi lo denunciò. Guareschi venne condannato e trascorse 409 giorni nel carcere di San Francesco del Prato a Parma. Una curiosità ancora più sorprendente: non chiese la grazia. L’Archivio di Stato di Parma conserva ancora la documentazione relativa alla sua detenzione.

9. I film di Don Camillo lo resero famoso nel mondo, ma lui con il cinema ebbe un rapporto tutt’altro che idilliaco.

Collaborò alla preparazione delle trasposizioni cinematografiche, ma spesso non era soddisfatto di come le sue indicazioni venivano portate sullo schermo. I film con Fernandel e Gino Cervi finirono però per diventare più famosi dei racconti stessi e contribuirono enormemente alla diffusione internazionale dei suoi personaggi.

10. È stato uno degli italiani più tradotti al mondo.

La cifra è impressionante: secondo ANSA, le sue opere hanno superato 20 milioni di copie in 142 lingue. E forse è proprio questo l’aspetto più curioso della sua riscoperta televisiva: Guareschi viene spesso ricordato come “quello di Don Camillo e Peppone”, mentre dietro quei due personaggi c’era un giornalista, vignettista, scrittore e polemista capace di attraversare fascismo, guerra, lager, Repubblica, Guerra fredda e boom economico senza smettere di litigare praticamente con nessuno.

Ed è forse questo il motivo per cui la fiction ha riacceso l’interesse su di lui: Guareschi non è semplicemente un pezzo di nostalgia italiana. È un personaggio molto più scomodo e contraddittorio, che non entra comodamente in una casella politica o culturale. La stessa RaiNews lo descrive come antifascista, anticomunista, cattolico e contemporaneamente capace di scontrarsi anche con il potere democristiano. Una definizione che spiega bene perché, a distanza di quasi sessant’anni dalla sua morte, ci sia ancora qualcosa da scoprire.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *