LORENZO CHERUBINI COMPIE 60 ANNI: DA «JOVANOTTI FOR DEFICIENT» A CANTAUTORE SENZA CONFINI

A 60 anni Lorenzo Cherubini è uno dei pochi artisti italiani capaci di attraversare generazioni, generi e pregiudizi. Negli anni Ottanta era il ragazzo di Gimme Five e La mia moto, quello che molti consideravano poco più di un fenomeno commerciale. Ai concerti dei CSI comparivano perfino magliette con scritto “Jovanotti for deficient”. Poi sono arrivati Lorenzo 1992, Lorenzo 1994, L’albero, la world music, il funk, il rock, la canzone d’autore e una scrittura sempre più personale. La sua vera forza, forse, è stata non restare mai quello che il pubblico aveva imparato a conoscere

A 60 anni, che compie oggi, 27 settembre, Lorenzo Cherubini può permettersi una piccola rivincita nei confronti del ragazzo che era. Perché quel ragazzo, alla fine degli anni Ottanta, non veniva preso troppo sul serio da una parte della critica e del pubblico più “impegnato”. Jovanotti era il dj con il cappellino, Gimme Five, È qui la festa?, La mia moto, le parole inglesi buttate qua e là e quell’energia da discoteca che sembrava fatta apposta per irritare chi nella musica cercava messaggi, profondità e magari anche un po’ di gravità. Oggi può sembrare incredibile, ma qualcuno arrivava a sfotterlo apertamente: nel 1997 il manifesto ricordava le magliette viste ai concerti dei CSI con la scritta “Jovanotti for deficient”, storpiatura deliberatamente offensiva del titolo Jovanotti for President.

IL RAGAZZO DEL CAPPELLINO

Del resto, il personaggio sembrava costruito per essere preso poco sul serio. Lorenzo Cherubini era arrivato alla musica passando dai dj set e dall’hip hop, un genere che in Italia era ancora relativamente nuovo, prima di essere intercettato da Claudio Cecchetto. Nel 1988 usciva Jovanotti for President, con Gimme Five ed È qui la festa?, e il successo arrivava immediatamente. Nel 1989 arrivava La mia moto, poi Sanremo con Vasco. Era un fenomeno pop, prima ancora che qualcuno potesse immaginare il cantautore.

Il punto interessante è che Jovanotti non rimase lì. E questa è probabilmente la parte più importante della sua storia. Invece di difendere per tutta la vita il personaggio che gli aveva portato il successo, cominciò a cambiare. Una tribù che balla del 1991 segnò già una svolta, seguita da Lorenzo 1992 e soprattutto da Lorenzo 1994, dove il linguaggio diventava più personale e la scrittura acquistava un peso diverso. Arrivarono Penso positivo, Serenata rap e L’ombelico del mondo: il ragazzino delle canzoncine stava cominciando a diventare un autore.

Non fu una trasformazione improvvisa e nemmeno una conversione alla canzone d’autore nel senso tradizionale. Jovanotti fece una cosa diversa: si mise a mescolare tutto. Il rap americano rimase una delle sue radici, ma entrarono il funk, il rock, la musica latina, la dance, la world music e progressivamente la tradizione melodica italiana. Treccani descrive proprio questo percorso come una fusione tra rap statunitense e tradizione cantautorale italiana, con influenze che vanno dalla world music al funky, dalla dance alla canzone melodica.

LA SCRITTA OFFENSIVA DELLE MAGLIETTE

Poi arrivò L’albero, nel 1997, e lì il cambio di pelle diventò evidente anche musicalmente. Jovanotti aveva viaggiato molto e portò dentro le sue canzoni suggestioni africane, latinoamericane e internazionali. Il disco fu anche un passaggio decisivo verso quella dimensione musicale senza confini che sarebbe diventata una delle sue caratteristiche. Poco dopo arrivò Capo Horn, con Per te, Un raggio di sole e Stella cometa. Il ragazzo di Gimme Five non era stato cancellato: era semplicemente diventato un’altra cosa.

Da quel momento la contaminazione diventa quasi il suo metodo di lavoro. In Il quinto mondo entrano con maggiore forza i temi sociali e politici; Buon sangue mescola ancora linguaggi diversi; Safari porta collaborazioni internazionali come Ben Harper e Sérgio Mendes; Ora si sposta ancora verso sonorità elettroniche contemporanee. Nel frattempo arrivano collaborazioni con artisti lontanissimi tra loro, da Pino Daniele a Gianna Nannini, da Franco Battiato a Ben Harper, da Negramaro a Cesare Cremonini.

Ed è forse qui che si spiega la sua longevità. Jovanotti non ha mai avuto particolare interesse a diventare il custode di Jovanotti. Non ha passato gli ultimi trent’anni a ripetere Gimme Five in una versione aggiornata, né ha trasformato gli anni Novanta in un museo personale. Anzi, proprio in questi giorni, nell’intervista per i suoi 60 anni, ha detto una cosa piuttosto significativa: non vuole fare un tour dei suoi dischi degli anni Novanta e considera ancora la propria carriera “all’inizio”.

DA GIMME FIVE ALLA CANZONE D'AUTORE

È una frase che può sembrare un po’ da Jovanotti, appunto: ottimista, enorme, quasi sfacciata. Ma dentro c’è anche una verità professionale. Il suo percorso è stato costruito sulla mutazione. Se fosse rimasto quello di Jovanotti for President, oggi probabilmente parleremmo di lui come di un curioso fenomeno pop degli anni Ottanta. Se avesse cercato di diventare semplicemente un cantautore “serio”, avrebbe forse perso proprio quella curiosità musicale che lo ha accompagnato fin dall’inizio.

Invece ha continuato a mettere insieme mondi diversi. Il ragazzo del rap e della discoteca è rimasto dentro l’uomo che scrive canzoni d’amore, pezzi politici, ballate, brani funk e costruisce concerti giganteschi. Non ha smesso di essere Jovanotti: ha continuato a spostare il significato della parola.

E così, a 60 anni, quello che una volta veniva liquidato come il ragazzo delle “canzoncine” è diventato una figura difficile da classificare. Non soltanto rapper, non soltanto cantautore, non soltanto popstar e nemmeno semplicemente autore di musica leggera. Piuttosto uno che ha fatto della contaminazione una carriera.

LA RIVINCITA A SESSANT'ANNI

Quanto alle vecchie magliette con scritto Jovanotti for deficient, oggi fanno sorridere. Ma raccontano bene quanto fosse difficile, all’inizio, immaginare dove sarebbe arrivato quel ragazzo con il cappellino.

Forse la sua rivincita più grande è stata proprio questa: non aver dimostrato di essere diventato qualcun altro, ma di essere riuscito a diventare Jovanotti.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *