Ora l’interprete del personaggio forse più popolare delle serie tv (Happy Days) ne ha 80. Ma tempo fa sentito il bisogno della psicoanalisi per lasciare andare “il rancido” della sua vita
Per decenni Henry Winkler, il protagonista di Happy Days, ha vissuto con un talento particolare: quello di mettere ordine nella sua testa. Non era una tecnica imparata in terapia, né un metodo consapevole. Era un istinto, una forma di sopravvivenza. Le cose che facevano male venivano spostate di lato, razionalizzate, archiviate. E lui andava avanti.
IL TALENTO DI ARCHIVIARE IL DOLORE
Un meccanismo che aveva funzionato per tutta la vita, dall’infanzia complicata ai set di Hollywood, fino al peso di essere Fonzie, l’uomo che per il mondo era sinonimo di sicurezza, leggerezza, coolness.
Poi, intorno ai settanta anni, quel meccanismo si è inceppato. Non con un crollo improvviso, ma con una serie di piccoli segnali che Winkler ha ignorato finché ha potuto. Lo racconta lui stesso nell’intervista a In Depth With Graham Bensinger, una conversazione sorprendentemente intima per un attore che per decenni ha preferito parlare di lavoro, non di sé. “Fino a dieci anni fa, forse dodici, ero piuttosto bravo a capire le cose, a cavarmela, a sistemarle nella mia mente o a razionalizzarle”, dice. “Poi, semplicemente, non ci sono più riuscito.”
QUANDO IL MECCANISMO SI INCEPPA
Non era tristezza, non era panico. Era una sensazione più sottile: quella di annaspare, di non avanzare, di ritrovarsi sempre allo stesso punto. Winkler usa una metafora che è diventata virale: si sentiva come una fetta di Swiss cheese, piena di buchi. E doveva stare attento a non finirci dentro. Il suo obiettivo, dice, era diventare “un pezzo di cheddar, senza buchi”.
Una frase che fa sorridere, ma che racconta bene la fragilità di quel periodo.
A spingerlo verso la terapia sono stati i figli, che gli hanno fatto notare quanto fosse diventato chiuso, teso, impenetrabile. Sua moglie lo aveva già detto: “Non lasciava entrare nessuno.” Winkler lo conferma senza difendersi. E ammette che la terapia gli ha permesso di “svuotarsi di tutta la spazzatura rancida” accumulata negli anni. Non parla di traumi specifici, non cerca colpevoli: parla di un peso sedimentato, strato dopo strato, fino a diventare ingestibile.
L’INTERVISTA CHE HA SORPRESO TUTTI
Il cambiamento più evidente, racconta, riguarda il modo in cui si relaziona agli altri. Ha imparato ad ascoltare senza dover infilare subito il proprio punto di vista. Per lui, che per decenni aveva vissuto in modalità difensiva, è stato un passaggio enorme. Una trasformazione silenziosa ma radicale.
E poi c’è il lavoro. Winkler dice che senza la terapia non avrebbe potuto interpretare Gene Cousineau in Barry, il ruolo che gli ha dato un Emmy e una nuova reputazione come attore drammatico. “Non avrei avuto connessione con la profondità”, spiega. È come se la terapia avesse aperto una stanza che non aveva mai osato visitare.
LA METAFORA DEL SWISS CHEESE
Oggi, a ottant’anni, Winkler non parla come un uomo che ha trovato tutte le risposte. Non si presenta come “risolto”. Dice semplicemente: “Sono sulla strada. Ci sto arrivando.”
E forse è proprio questo il punto: Fonzie, l’icona della sicurezza, ha scoperto a settant’anni che non bastava più cavarsela. Ha capito che serviva fermarsi, guardare dentro, chiedere aiuto. E che non c’è niente di meno “cool” in questo. Anzi, forse è la cosa più coraggiosa che abbia mai fatto.