11 SETTEMBRE 2001 • ECCO COME I MEDIA MONDIALI AFFRONTARONO IL RACCONTO DELLA TRAGEDIA

Dalla prima notizia, data dalla CNN, ai casi italiani di Emilio Fede ed Enrico Mentana. Un dramma vissuto in diretta tv che ha cambiato anche il volto dell’informazione, accelerando l’espansione del web

Alle 8.46 del mattino a New York, quando il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center, nessuno sapeva ancora che cosa stesse accadendo. Nemmeno i giornalisti.

Ed è forse questo il primo elemento da ricordare quando si parla della copertura mediatica dell’11 settembre 2001: la storia non arrivò ai media già confezionata. Arrivò come una notizia apparentemente assurda, confusa, incompleta.

Un aereo aveva colpito una delle Torri Gemelle. Incidente? Attentato? Errore del pilota? Nessuno lo sapeva.

La prima voce televisiva americana: CNN alle 8.49

Tre minuti dopo l’impatto, alle 8.49 ora di New York, la CNN interruppe la programmazione.

A dare il primo annuncio televisivo nazionale fu Carol Lin, che si trovava in studio mentre le immagini del World Trade Center cominciavano ad arrivare. La formula iniziale era necessariamente prudente: si parlava di un aereo che aveva colpito una delle torri e non era ancora possibile stabilire se si trattasse di un incidente oppure di qualcosa di deliberato. La ricostruzione contemporanea della sequenza conferma che la CNN entrò in breaking news alle 8.49.

Ma c’è un particolare ancora più interessante.

Alle 8.49 arrivò anche il primo lancio dell’Associated Press, secondo una ricostruzione pubblicata da National Geographic nel 2026. In altre parole, praticamente nello stesso minuto la notizia entrò sia nel circuito televisivo sia in quello delle agenzie di stampa. È dunque più corretto dire che CNN e Associated Press rappresentano i primi grandi media statunitensi documentati ad aver diffuso la notizia, piuttosto che attribuire a uno solo un impossibile primato assoluto mondiale. E la CNN avrebbe continuato a trasmettere senza interruzione per il resto della giornata.

Alle 9.03 la televisione cambia completamente

Poi arrivò il secondo aereo. Alle 9.03, il volo United Airlines 175 entrò nella Torre Sud. Questa volta milioni di persone stavano già guardando la televisione. Ed è questo il momento decisivo della storia mediatica dell’11 settembre: il secondo schianto fu visto praticamente in diretta. Il primo impatto era stato una notizia. Il secondo diventò un’immagine televisiva. La differenza è enorme. Non c’era ancora YouTube. Non c’erano Facebook, Twitter, TikTok, Instagram. Non c’erano smartphone capaci di trasmettere video in tempo reale. La televisione generalista, le reti all-news e le agenzie di stampa erano ancora i grandi gatekeeper dell’informazione. E improvvisamente le telecamere puntate verso Manhattan stavano raccontando la storia mentre la storia accadeva.

Il mondo capisce guardando le immagini

La cosa straordinaria è che le immagini arrivarono prima della spiegazione. Le televisioni mostravano le torri in fiamme, ma per diversi minuti non esisteva ancora una ricostruzione completa. Poi arrivarono altre notizie. Il Pentagono. Il quarto aereo. La Pennsylvania. L’evacuazione della Casa Bianca. Gli aeroporti americani chiusi. Wall Street che non apre. E, contemporaneamente, una quantità enorme di informazioni false o premature. È un aspetto poco ricordato dell’11 settembre: nelle prime ore circolarono numerose notizie che si sarebbero rivelate errate.

ANSA, per esempio, ricostruendo oggi i propri lanci di quella giornata, mostra quanto fosse difficile distinguere rapidamente fatti, testimonianze e voci. Nei lanci compaiono anche informazioni successivamente smentite, come la presunta autobomba davanti al Dipartimento di Stato. È una fotografia straordinaria del giornalismo in tempo reale: la macchina dell’informazione correva più velocemente della possibilità di verificare tutto.

E in Italia? Il primo lancio fu dell’ANSA alle 14.51

In Italia il primo impatto avvenne alle 14.46, a causa del fuso orario. Ed è qui che abbiamo un documento particolarmente prezioso: l’archivio ufficiale dell’ANSA. Il primo lancio conservato dell’agenzia risale alle 14.51:

“USA: AEREO SI SCHIANTA SU WORLD TRADE CENTER; CNN” La notizia era ancora formulata al condizionale: un aereo “si sarebbe schiantato” contro una delle torri. Cinque minuti dopo il primo impatto. E cinque minuti prima del secondo. Questo è probabilmente il dato più solido per rispondere alla domanda “chi diede per primo la notizia in Italia?”: l’ANSA, alle 14.51, tra i principali mezzi d’informazione italiani documentabili attraverso gli archivi disponibili. Alle 14.56 arrivò il secondo lancio ANSA, che riportava le fiamme e le testimonianze della CNN. Alle 15.06, poi, l’agenzia titolava: “TORRI GEMELLE: SECONDO AEREO CONTRO WORLD TRADE CENTRE”. È una sequenza che oggi fa impressione proprio per la sua semplicità. Non c’era ancora il titolo “attacco terroristico” come lo conosciamo oggi. C’era un aereo. Poi un altro. Poi l’orrore.

La prima grande diretta italiana: Emilio Fede alle 15.12

Sul fronte televisivo italiano, uno dei primissimi a interrompere la programmazione fu Emilio Fede. Alle 15.12, su Rete 4, arrivò la prima edizione straordinaria documentata dalla ricostruzione televisiva italiana. Fede entrò in onda con una frase che fotografava perfettamente l’incertezza di quei minuti: “Gravissima sciagura, forse un attentato, ancora non si sa.” Erano passati appena nove minuti dal secondo schianto. Pochissimo dopo, praticamente tutte le reti cambiarono programmazione. Il TG3 interruppe la Melevisione. Studio Aperto entrò in aggiornamento. Il TG1 modificò il palinsesto. Su Canale 5 arrivò Enrico Mentana, che trasformò il TG5 in una lunga diretta destinata a entrare nella memoria televisiva italiana. Mediaset annunciò la sospensione dei programmi d’intrattenimento sulle proprie tre reti per lasciare spazio all’informazione. Anche programmi apparentemente intoccabili saltarono. Persino il Grande Fratello 2, che sarebbe dovuto partire il 13 settembre, venne rinviato al 20.

Il paradosso: quella mattina la televisione italiana parlava di tutt’altro

È forse una delle curiosità più interessanti. Alle 14.46 italiane, la televisione italiana stava conducendo una normale giornata di settembre. I telegiornali avevano parlato di: mercati finanziari; conseguenze del G8 di Genova; calcio; Miss Italia; programmi televisivi; cronaca. Niente lasciava presagire che nel giro di pochi minuti l’intero palinsesto televisivo nazionale sarebbe stato cancellato. La televisione passò letteralmente dalla normalità all’emergenza.

Mentana contro il palinsesto: “C’è qualcosa di più vero da mostrare oggi”
Uno dei momenti simbolici fu quello di Enrico Mentana. Il TG5 rimase in onda per ore, facendo saltare programmi già pronti. La logica era quella di una televisione che, davanti a un evento storico, rinuncia alla televisione tradizionale. Non più intrattenimento, fiction, game show o pubblicità come struttura dominante.

Solo informazione. La stessa Mediaset comunicò la sospensione dei programmi previsti sulle tre reti per garantire aggiornamenti continui.

In Gran Bretagna milioni di persone davanti alla BBC

La stessa trasformazione avvenne nel Regno Unito. La BBC e ITV passarono rapidamente alla copertura continua. I numeri sono impressionanti. Secondo i dati pubblicati dal Guardian il giorno dopo, entro dieci minuti dal primo schianto circa 4 milioni di britannici erano già davanti alla televisione. Alle 18, l’audience complessiva delle principali reti informative aveva superato 16 milioni di spettatori. A un certo punto, oltre il 70% degli spettatori televisivi britannici stava guardando le due principali reti terrestri impegnate nella copertura della tragedia. Sky News arrivò a un picco di 985.000 spettatori, con uno share del 14,56%, mentre BBC News 24 raggiunse 366.000 spettatori. E accadde anche qualcosa di impensabile fino a quel momento: alle 21, ITV superò la BBC nella copertura speciale, evento che ITN considerò una prima assoluta in una situazione di tale rilevanza nazionale e internazionale.

I giornali: il giorno dopo non servivano quasi più parole

Il 12 settembre le prime pagine dei giornali di tutto il mondo diventarono una sorta di enorme galleria fotografica dell’orrore. Molti quotidiani rinunciarono a costruzioni grafiche sofisticate. Una fotografia. Un titolo. Poche parole. Il Times di Londra fece qualcosa di memorabile: una grande fotografia di Manhattan avvolta dal fumo e, come elemento testuale dominante: “10.02am September 11 2001”.

Il Guardian aprì con: “A declaration of war”. L’Independent con: “Doomsday America”. Il Daily Telegraph: “War on America”. Negli Stati Uniti la scelta fu altrettanto drammatica. Il New York Daily News utilizzò la fotografia del secondo aereo con il titolo: “IT’S WAR”. Il San Francisco Examiner arrivò a una prima pagina violentissima, con una sola parola rivolta ai terroristi. Il Wall Street Journal, invece, fece quasi l’opposto: molte parole, pochissime immagini, una piccola infografica e una grande quantità di informazioni. Un giornale riuscì a uscire in edizione straordinaria mentre l’evento era ancora in corso. Uno degli aspetti più affascinanti è che la carta stampata non rimase semplicemente ad aspettare il giorno dopo. Il Washington Post riuscì a pubblicare un’edizione straordinaria già nel pomeriggio dell’11 settembre. La parte superiore della prima pagina era occupata dall’immagine dell’aereo diretto verso le Torri, con il titolo: “Terror hits Pentagon, World Trade Center”. È uno degli ultimi grandi esempi della capacità della stampa tradizionale di modificare fisicamente il prodotto editoriale mentre un evento storico è ancora in corso.

Il dato più sorprendente: Internet era già lì. Ma non era pronto

Qui arriviamo a uno degli aspetti più interessanti per un giornalista di oggi. Nel 2001 Internet esisteva eccome. Ma non era Internet come lo conosciamo oggi. Niente social network. Niente smartphone. Niente Twitter. Niente YouTube. Niente dirette Facebook. E soprattutto: i siti di informazione non erano preparati a milioni di persone che arrivavano contemporaneamente per leggere la stessa notizia. CNN.com, New York Times, Washington Post, MSNBC e molti altri siti andarono in difficoltà o divennero praticamente irraggiungibili. Il motivo era semplice: troppi utenti. Wired, già l’11 settembre, raccontò il collasso dei principali siti di news e il fatto che siti tecnologici normalmente estranei alla cronaca avessero cominciato a raccogliere e rilanciare informazioni.

CNN.com, secondo una ricostruzione tecnica presentata successivamente da CNN stessa a USENIX, arrivò a servire oltre 132 milioni di pagine il solo 11 settembre, nonostante una disponibilità dell’85%. Il giorno successivo raggiunse la cifra impressionante di 304 milioni di pagine.

CNN.com: nove milioni di pagine l’ora

Un’altra ricostruzione dell’epoca permette di capire la dimensione dello tsunami digitale. CNN.com, in condizioni normali, registrava circa 14 milioni di page impression al giorno. Durante l’11 settembre arrivò a circa 9 milioni di richieste all’ora. La società dovette triplicare la capacità dei server e alleggerire le pagine eliminando tutto ciò che non fosse essenziale. In pratica, il giornalismo online scoprì improvvisamente un problema che oggi sembra banale: che cosa succede se tutti vogliono leggere la stessa notizia nello stesso momento? La risposta del 2001 fu: il sito cade.

E proprio l’11 settembre accelerò la trasformazione digitale

L’evento contribuì quindi anche a cambiare il giornalismo. Secondo il Pew Research Center, nei giorni 11 e 12 settembre il traffico verso CNN.com aumentò del 680%, arrivando a 11,7 milioni di visitatori unici; MSNBC.com crebbe del 236%, CBS.com dell’819%, il New York Times del 206% e il Washington Post del 225%. Fu una specie di gigantesco esperimento collettivo. Milioni di persone scoprirono che potevano seguire una tragedia mondiale anche attraverso Internet. E l’industria scoprì che doveva essere pronta a fornire notizie in tempo reale anche lì.

Le immagini: poche fotografie dominarono tutto il mondo

C’è poi un altro fenomeno straordinario. L’11 settembre fu probabilmente uno degli eventi più fotografati della storia. Eppure, nel tempo, un numero relativamente ristretto di immagini è diventato la rappresentazione universale dell’evento. Le Torri in fiamme. Il secondo aereo che entra nella Torre Sud. La nube di polvere che invade Manhattan. I vigili del fuoco. Il Pentagono. Il “Falling Man”. Le fotografie furono riprodotte migliaia e migliaia di volte, finendo per costruire nell’immaginario collettivo una sorta di alfabeto visivo dell’11 settembre. Una recente analisi pubblicata da Le Monde osserva proprio questo paradosso: un evento fotografato da una quantità enorme di professionisti e cittadini ha prodotto, nella memoria collettiva, un repertorio relativamente limitato di immagini continuamente ripetute.

Il “Falling Man”: la fotografia che quasi nessun giornale voleva pubblicare

Tra quelle immagini c’è quella scattata dal fotografo dell’Associated Press Richard Drew. Un uomo precipita dalla Torre Nord. La fotografia diventò nota come “The Falling Man”. È una delle immagini più celebri e controverse dell’intera storia del fotogiornalismo contemporaneo. Il problema non era soltanto fotografarlo. Era decidere se pubblicarlo. La fotografia apparve su alcuni giornali, ma suscitò fortissime reazioni. Ancora oggi l’identità dell’uomo non è stata stabilita con certezza. Diverse identificazioni sono state proposte negli anni, ma non esiste una prova definitiva.

Un’altra curiosità: quel giorno la televisione ripeté le stesse immagini per ore

Oggi, davanti a una tragedia, siamo abituati a decine di angolazioni, video dei cittadini, telecamere di sorveglianza, droni, smartphone e dirette social. Nel 2001 non era così. Le televisioni disponevano di un numero relativamente limitato di immagini live. E quindi le ripetevano. La stessa esplosione. Lo stesso aereo. Lo stesso crollo. La stessa nube di polvere. Per ore. Questo contribuì potentemente alla costruzione della memoria dell’evento: milioni di persone videro le medesime sequenze, spesso decine e decine di volte.

Il mondo intero guardava lo stesso evento

L’11 settembre fu dunque qualcosa di diverso anche rispetto alle grandi tragedie televisive precedenti. La CNN aveva una distribuzione internazionale. La BBC rilanciava le immagini americane. Le agenzie di stampa distribuivano continuamente aggiornamenti. Le televisioni europee si collegavano alle reti americane. E i giornali preparavano edizioni speciali. Non esisteva ancora la frammentazione mediatica odierna. Non esistevano mille versioni dello stesso evento prodotte contemporaneamente da altrettante comunità online. C’era una sorta di narrazione globale simultanea. È anche per questo che l’11 settembre è uno dei pochissimi eventi per i quali moltissime persone ricordano non soltanto che cosa accadde, ma dove si trovavano nel momento in cui lo videro in televisione.

La cosa che oggi sembra più incredibile: nessuno aveva ancora un telefono con cui filmare

Sembra quasi impossibile raccontarlo ai più giovani. Quando il primo aereo colpì la Torre Nord, un normale cittadino non aveva in tasca una videocamera collegata a Internet. I telefoni cellulari esistevano, naturalmente. Ma erano soprattutto strumenti per telefonare. La fotografia digitale era ancora relativamente giovane. Lo smartphone sarebbe arrivato molto più avanti. Non esisteva quindi la possibilità di avere, nel giro di pochi secondi, centinaia di video amatoriali caricati online da persone presenti sul posto. Le immagini che hanno costruito la memoria dell’11 settembre furono soprattutto prodotte da fotografi professionisti, televisioni, agenzie e operatori video.

Il giornalismo dell’11 settembre fu anche un giornalismo di errori

Ed è forse questa la lezione più importante. Nelle prime ore i giornalisti dovettero lavorare senza sapere: quanti aerei fossero stati dirottati; quanti attentatori ci fossero; chi li avesse mandati; se ci fossero altri attentati in corso; se Washington fosse ancora sotto attacco; quante persone fossero morte; quali edifici fossero realmente minacciati. Le notizie arrivavano contemporaneamente da televisioni, agenzie, polizia, governo, testimoni e fonti anonime. Alcune erano corrette. Altre no. L’archivio ANSA mostra perfettamente questa situazione: accanto agli aggiornamenti corretti comparvero anche informazioni poi smentite. Per questo l’11 settembre rappresenta anche uno dei più grandi casi di studio della storia del giornalismo sotto pressione.

E c’è un’ultima grande differenza rispetto a oggi

Nel 2001 il pubblico non poteva facilmente distinguere tra ciò che era ufficialmente verificato, ciò che proveniva da un testimone e ciò che era una voce. Oggi abbiamo il problema opposto: siamo sommersi da informazioni, immagini e video. Allora il problema era la scarsità. Oggi è l’eccesso. Ma la domanda professionale è rimasta la stessa: quanto è verificata questa informazione? L’11 settembre dimostrò quanto può essere difficile rispondere quando la storia corre più velocemente dei giornalisti.

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