CIAK SENZA PERMESSO • FILM GIRATI DI NASCOSTO, IN LOCATION NON AUTORIZZATE

Mentre i festival e le sale si riempiono e l’industria si vanta delle sue pareti di led grandi come palazzi, vale la pena ricordare un paradosso scomodo: alcune delle immagini più vive della storia del cinema sono state, tecnicamente, rubate. Girate in strade vere, senza permesso, con la polizia che poteva arrivare da un momento all’altro. Ed è proprio quel furto a farle sembrare vive

C’è una cosa che il cinema non ama ammettere: certe fra le sue scene più celebri sono state messe insieme di nascosto, in fretta, infrangendo qualche regola. Non per posa, ma per necessità: non c’erano i soldi per chiudere un incrocio, figurarsi per costruirne uno finto. Così la macchina da presa è scesa in strada e si è presa la città reale senza chiedere il permesso. Quella fretta e quel rischio sono esattamente ciò che dà a queste immagini l’elettricità del documentario, la sensazione che stia succedendo davvero. Ecco sei volte in cui è andata così.

IL FURTO DELLA CITTÀ REALE

Si comincia da qui, e si comincia in Italia. Roberto Rossellini mette in piedi “Roma città aperta” a guerra ancora in corso: le riprese partono il 18 gennaio 1945, con la capitale appena liberata e il resto del Paese ancora sotto le bombe. Non si trova pellicola da comprare, così la troupe gira su spezzoni di recupero, avanzi raccolti qua e là, senza nemmeno poter rivedere il girato. Cinecittà è diventata un campo per sfollati: niente studio, si gira nella città vera, con molti attori presi letteralmente dalla strada. Rossellini vende i propri beni un pezzo alla volta per andare avanti. Da quella miseria di mezzi nascono il neorealismo e uno dei film più importanti mai realizzati. La prova che, quando non puoi ricostruire il mondo, filmi quello che hai davanti — e a volte è più potente.

Saltiamo a New York, 1969. La battuta più famosa di “Un uomo da marciapiede” (Midnight Cowboy) — quel “Hey, I’m walking here!”, ehi, ci sto camminando io qui — non era nel copione. Dustin Hoffman la pronuncia davvero, infuriato, perché un taxi vero per poco non lo mette sotto. La scena si girava alla maniera della guerriglia: niente soldi per gli attori di contorno sulla Sixth Avenue, un furgone nascosto dall’altra parte della strada, microfoni addosso e la camminata cronometrata sul verde del semaforo. Un’auto passa col rosso, per poco non li prende, e Hoffman reagisce a muso duro restando nel personaggio. Il regista decide di tenere tutto. È il caso perfetto: l’incidente vero che diventa cinema proprio perché nessuno aveva il controllo della scena.

ROSSELLINI TRA MACERIE E PELLICOLA

Due anni dopo arriva l’inseguimento più celebre della storia del cinema. In “Il braccio violento della legge” (The French Connection, 1971) William Friedkin lancia un’auto all’inseguimento del treno della sopraelevata, nel traffico vero di Brooklyn, in gran parte senza alcun permesso. Lo ha raccontato lui stesso: non aveva l’autorizzazione per girare la scena, e si limitò a pagare quarantamila dollari a un uomo dell’azienda dei trasporti per poter riprendere lungo i binari sopraelevati. Lo stuntman Bill Hickman guida fino a novanta miglia orarie fra macchine e passanti ignari; a un certo punto c’è pure una collisione reale, non prevista, con un’auto del posto, e Friedkin la lascia nel film perché gli piace come viene. “Ho infranto tutte le regole”, ammetterà, e di aver messo in pericolo la propria vita e quella degli altri: “non me ne importava niente, ero convinto che non sarebbe andato storto nulla”. Non andò storto per miracolo.

Poi c’è la corsa che conoscono anche quelli che il film non l’hanno mai visto: Rocky che sale di slancio i gradini del Philadelphia Museum of Art con le braccia al cielo, nel 1976. Fu girata quasi di soppiatto. Lo ha raccontato Sylvester Stallone: “Non avevamo i soldi per girare lì. Non avevamo il permesso”. La troupe montò tutto in fretta per non farsi sorprendere, lui fece la sua corsa e via. Al primo tentativo provò persino a salire tenendo in braccio il suo cane, il bullmastiff Butkus, salvo cedere a metà scalinata. Oggi migliaia di turisti rifanno quella salita ogni anno: il monumento involontario di un film che quella location non poteva permettersela.

GIRARE SENZA RETE DI SICUREZZA

Negli anni Novanta il furto diventa addirittura un metodo. Robert Rodriguez gira il suo primo film, “El Mariachi” (1992), con circa settemila dollari, raccolti in parte facendo da cavia in studi clinici a pagamento. Niente troupe: fa quasi tutto da solo, in una cittadina messicana di confine, con una sola macchina da presa e location prestate da amici — un bar vero, una prigione vera, un ranch. Niente permessi, niente luci, niente rete di sicurezza. “El Mariachi” vince il premio del pubblico al Sundance del 1992 e finisce distribuito da una major. Rodriguez ne ricava persino un manuale di sopravvivenza per aspiranti registi, “Rebel Without a Crew”: la Bibbia di chi il cinema se lo ruba perché non può comprarselo. Stessa storia, due anni dopo, per Kevin Smith: lavorava davvero dietro il bancone di un minimarket, il Quick Stop di Leonardo nel New Jersey, e per girare “Clerks” aveva solo quel posto, utilizzabile soltanto di notte, dalle dieci e mezza di sera alle cinque e mezza del mattino, perché di giorno doveva starci a lavorare. Da qui il dettaglio diventato leggenda: le saracinesche restano abbassate per quasi tutto il film, e l’inconveniente viene trasformato in trovata di sceneggiatura — un vandalo blocca le serrande con la gomma da masticare, così il commesso appende un lenzuolo con su scritto “vi assicuro che siamo aperti”. Budget totale: ventisettemila dollari e spiccioli, raccolti vendendo la propria collezione di fumetti e portando a zero otto o dieci carte di credito.

E poi c’è l’ultima volta in cui si è potuto rubare una città intera. Per mostrare una Londra deserta e post-apocalittica in “28 giorni dopo” (2002), Danny Boyle non ricostruì nulla: chiuse per davvero il Westminster Bridge e il centro all’alba, in luglio, per un’ora scarsa prima che arrivasse il traffico, con pochi aiutanti a fermare i passanti — tra loro la figlia del regista. Cillian Murphy lo ha detto chiaro: oggi sarebbe impossibile, “non ci avrebbero mai dato accesso al Westminster Bridge” con la sicurezza di dopo l’11 settembre. Ed è qui la morale. Una grande produzione, oggi, non ha più bisogno di rubare la strada: la ricostruisce in digitale, o la proietta su pareti di led alte come palazzi — quelle usate per serie come “The Mandalorian” — dove l’attore recita dentro una città che è soltanto uno schermo. È tutto più comodo, più sicuro, più controllabile. Manca solo una cosa: quella scossa di realtà che ti faceva sentire la macchina da presa lì, in mezzo al mondo, col fiato corto e il rischio di essere beccata. Il cinema non ruba più niente a nessuno. E un po’, ormai, si vede.

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