I PODCAST HANNO VINTO, MA STANNO DIVENTANDO QUELLA TV CHE VOLEVANO DISTRUGGERE

Diciotto milioni e mezzo di italiani ascoltano i podcast: il formato ha definitivamente sfondato. Peccato che, proprio ora che ha vinto, abbia cominciato a tradire sé stesso. La sua forza era essere soltanto una voce, da ascoltare con gli occhi liberi. E invece si è messo in posa davanti a una telecamera e sta tornando, lentamente, a essere la televisione

I numeri, per una volta, sono una buona notizia. Secondo il monitoraggio di NielsenIQ per Audible, nel 2026 in Italia ascoltano podcast diciotto milioni e mezzo di persone: mezzo milione in più dell’anno scorso e circa l’ottanta per cento in più rispetto al 2018, quando erano dieci milioni e trecentomila. Il podcast non è più la nicchia dell’appassionato con le cuffie: è un mezzo di massa, con una fascia d’oro tra i venticinque e i trentacinque anni e una durata media di quasi ventisette minuti ad ascolto. Ha vinto. Ed è esattamente nel momento della vittoria che ha cominciato a rinnegare ciò che lo aveva reso speciale.

IL BOOM DEGLI ASCOLTI IN ITALIA

Perché il podcast nasce come la rivincita dell’orecchio in un mondo ossessionato dalle immagini. Era l’unico spettacolo che potevi consumare mentre facevi altro: alla guida, cucinando, correndo, lavando i piatti, con gli occhi liberi di guardare la strada e la mente libera di immaginare le facce di chi parlava. La sua intimità stava tutta lì, nell’essere solo una voce nell’orecchio — come la radio di una volta, ma scelta da te. E invece oggi i podcast più seguiti non si ascoltano: si guardano. Si girano in studi illuminati, con due o tre telecamere, gli ospiti inquadrati su poltrone di design e il marchio bene in vista alle spalle. Il podcast si è messo in posa.

Non è un’impressione, sono i dati. Il video-podcast sta diventando intrattenimento di massa: a livello globale una persona su cinque fra quelle che navigano online guarda ormai podcast in versione video o i loro spezzoni, e la piattaforma che guida la corsa non è un’app di audio, è YouTube. Spotify spinge i suoi podcast filmati al punto che nel 2026 sono arrivati accordi per portarli persino dentro Netflix, e anche Apple si sta muovendo sul video. Il modello è quello di Joe Rogan, l’uomo-podcast per eccellenza: quando ha rinnovato con Spotify nel 2024, per una cifra che poteva arrivare a duecentocinquanta milioni di dollari, il suo show non era più esclusivo e poteva tornare dov’è nato davvero, su YouTube, dove lo si guarda e non soltanto lo si ascolta.

LA FORZA ORIGINALE DELLA VOCE

L’Italia segue pari pari. Il podcast d’interviste del momento, “Passa dal BSMT” di Gianluca Gazzoli, fa numeri da record proprio grazie al video — tanto da arrivare perfino nelle sale cinematografiche. E persino “Muschio Selvaggio”, il podcast più famoso del Paese, nato con Fedez e Luis Sal, chiuso la scorsa primavera, è stato salutato dallo stesso Luis Sal con l’annuncio che d’ora in poi avrebbe prodotto “format video”. Format video: le due parole che riassumono l’intero viaggio. Siamo partiti dall’audio puro e siamo tornati esattamente alla cosa da cui eravamo scappati. Selvaggia Lucarelli, invece, con il suo Vale tutto, è partita da una newsletter di Substack (la piattaforma dove guadagni e hai visibilità solo se sei già noto, molti non l’hanno ancora capito) per poi comprare uno studio col quale realizza di fatto video podcast e altri tipi di contributi video affittandolo ad altri che vogliono seguire la stessa strada.

Qui va detto, con onestà, che il video non è il diavolo e che gran parte di questo successo lo si deve proprio a lui. La telecamera fa scoprire i podcast a chi non li cercava, perché gli spezzoni girano su TikTok e Instagram e fanno da traino; ha democratizzato il talk show, visto che oggi bastano un microfono, una stanza e due sedie per avere quello che un tempo richiedeva uno studio televisivo; e l’ascolto puro, quello in cuffia mentre si fa altro, non è affatto morto, anzi regge benissimo. Si potrebbe persino dire che è solo la storia che si ripete: la radio generò la televisione, ed è naturale che una voce, quando diventa popolare, prima o poi voglia farsi vedere in faccia.

QUANDO IL PODCAST DIVENTA SCHERMO

Tutto giusto. Ma c’è una differenza che non è un dettaglio. Un video-podcast non è un podcast con qualcosa in più: è un talk show televisivo con qualcosa in meno. Se devi guardarlo, non puoi più ascoltarlo mentre guidi o cucini; devi stare fermo, seduto, con gli occhi incollati a uno schermo — cioè esattamente nella posizione in cui ti inchiodava la televisione, quella da cui il podcast ci aveva liberati. La sua rivoluzione non era la qualità delle chiacchiere, era la libertà di non dover guardare. Nel momento in cui ci chiede di nuovo di stare lì a fissarlo, il podcast rinuncia all’unica cosa che la TV non aveva mai saputo darci.

Diciotto milioni e mezzo di italiani hanno dato ragione a questo mezzo. Sarebbe un peccato se la ricompensa per aver vinto fosse diventare, un po’ alla volta, la stessa televisione che credevamo di aver spento. Il podcast era la vendetta delle orecchie. Speriamo che non finisca, come tutto il resto, a chiederci semplicemente di guardare.

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