Le piattaforme traboccano di documentari “intimi” e “senza filtri” su cantanti, attori e campioni. Quasi sempre il protagonista non è solo il soggetto: è anche il produttore, con il montaggio in mano. È il comunicato stampa più astuto mai inventato, e abbiamo smesso di accorgercene
C’è un genere che negli ultimi anni ha occupato le piattaforme più di qualunque serie: il documentario sulla star. Il cantante, l’attore, il calciatore che apre le porte di casa, mostra le lacrime, confessa il periodo buio, fa vedere i filmini di famiglia. Viene venduto come l’opposto del rotocalco: niente gossip, niente filtri, finalmente la verità dalla sua voce. Il dettaglio che quasi nessuno legge, scorrendo i titoli di coda, è che accanto al nome del protagonista compare spessissimo la stessa persona anche tra i produttori. Non è un soggetto che viene raccontato: è un autore che racconta sé stesso.
IL PROTAGONISTA CHE CONTROLLA IL RACCONTO
Qui sta il trucco, ed è un trucco raffinato. Per decenni ci siamo difesi dal biopic, il film romanzato che trasforma la vita di un artista in santino edificante, e abbiamo imparato a diffidarne: sappiamo che è finzione, che semplifica, che addolcisce. Il documentario autoprodotto fa la mossa opposta e per questo è più insidioso: non promette una storia, promette la realtà. Giura di essere crudo proprio mentre è la cosa più controllata che esista. La “vulnerabilità” diventa una concessione calcolata: una lacrima al punto giusto vale più di mille smentite, un piccolo difetto confessato serve a blindare tutto il resto. Confessi di essere stato un padre distratto per non farti chiedere nient’altro.
Gli esempi sono ormai un catalogo. Il “Beckham” di Netflix (2023) è prodotto dalla società dello stesso David Beckham. “Miss Americana” (2020) vede Taylor Swift tra i produttori del proprio ritratto. “Harry & Meghan” (2022) esce dalla casa di produzione dei due duchi. L’elenco si allunga di stagione in stagione, campioni e popstar compresi, e anche l’Italia ha avuto la sua versione d’autore: “Laura Pausini – Piacere di conoscerti” (2022), un ibrido tra documentario e finzione costruito dalla cantante attorno alla propria biografia. Diversissimi tra loro, identici nel meccanismo: la telecamera non è puntata sul personaggio, è impugnata dal personaggio.
Sarebbe disonesto far finta che sia tutto cinismo, e qui bisogna essere giusti. A volte riprendersi la propria storia è un atto sacrosanto: “Pamela, a Love Story” (2023) nasce perché una serie, “Pam & Tommy”, aveva messo in scena l’episodio più doloroso della vita di Pamela Anderson senza di lei e senza il suo consenso; rispondere con un proprio racconto, lì, non è vanità, è legittima difesa. A volte, poi, il formato produce verità vere nonostante le intenzioni: nel documentario su Beckham il momento più ricordato è quando lui smonta in diretta la moglie che si definisce “di famiglia operaia” chiedendole con che auto la portava a scuola suo padre (una Rolls-Royce), e non a caso è la scena che pare sfuggita al controllo. Lo stesso Beckham ha dichiarato di aver odiato quasi ogni istante delle riprese. E comunque il ritratto concordato non è un’invenzione di oggi: le star hanno sempre avuto uffici stampa, e i grandi rotocalchi del Novecento le copertine se le accordavano con gli agenti.
LA LACRIMA COME STRATEGIA COMUNICATIVA
Ma è proprio il confronto con il passato a illuminare il salto. Prima la verità su una star la andava a cercare qualcun altro, un giornalista, un regista, un biografo, con il rischio concreto di tirare fuori qualcosa che a lei non piaceva. Oggi te la serve lei, già montata, con il diritto di ultima parola scritto nel contratto, e tu la ricevi commosso pensando di aver sbirciato dietro le quinte. Hai visto esattamente ciò che ti è stato permesso di vedere, e lo hai scambiato per intimità.
Il documentario, una volta, era la telecamera puntata su di te. Adesso è la telecamera che impugni tu. Continuare a chiamarla “verità” è l’unico effetto di montaggio che non si vede.