Il fuzz, il feedback, lo scratch, l’Auto-Tune. I suoni che hanno cambiato la musica non li ha progettati quasi nessuno: sono guasti, limiti tecnici e incidenti che qualcuno, invece di cancellare, ha avuto il coraggio (o la pigrizia) di tenere
C’è un’idea romantica del genio che prima immagina un suono nuovo e poi lo costruisce. La storia della musica registrata racconta quasi sempre il contrario: qualcosa si rompe, qualcuno sbaglia, una macchina si rifiuta di fare il suo dovere, e dentro quell’errore si nasconde il futuro. La differenza tra un guasto e una rivoluzione è una sola: la persona che, al momento di premere “cancella”, ha deciso di lasciare acceso. Ecco sette volte in cui lo sbaglio ha vinto.
QUANDO I GUASTI CAMBIANO LA STORIA
Il fuzz di “(I Can’t Get No) Satisfaction”. Nel 1965 Keith Richards registra il riff più famoso del rock usando un piccolo pedale Gibson Maestro Fuzz-Tone, ma per lui quel suono distorto è solo un appunto provvisorio: in testa ci sente una sezione di fiati alla Otis Redding, e la distorsione serve soltanto a “tenere il posto” finché non arrivano i veri strumenti. I veri strumenti non arrivarono mai: gli altri Rolling Stones e il produttore tennero il provvisorio, la canzone diventò numero uno e il Maestro Fuzz-Tone andò esaurito nei negozi. La verità è che il primo fuzz della storia era già nato per sbaglio qualche anno prima, nel 1961, quando sul brano country “Don’t Worry” di Marty Robbins un canale guasto del mixer trasformò il basso di Grady Martin in un ringhio mai sentito: lo lasciarono perché non c’era tempo per rifare la seduta. Due incidenti, lo stesso destino: il difetto diventa firma.
Il feedback dei Beatles in “I Feel Fine”. Verso la fine del 1964 John Lennon appoggia la sua chitarra semiacustica contro un amplificatore rimasto acceso, e lo strumento comincia a fischiare da solo. Secondo il racconto di Paul McCartney era un “oggetto trovato”, un rumore capitato per caso in studio. Invece di tagliarlo, lo misero in testa alla canzone: è considerato il primo uso deliberato del feedback su un disco pop, quel ronzio che quindici anni dopo sarebbe diventato la lingua madre di mezzo rock. Lennon ne andò fiero per tutta la vita e si vantò di essere arrivato prima di tutti. Il rumore che gli ingegneri del suono passavano le giornate a eliminare, i Beatles lo misero in vetrina.
Lo scratch di Grand Wizzard Theodore. Bronx, 1975: un ragazzino di circa dodici anni ascolta dischi in camera a volume altissimo. La madre irrompe e gli intima di abbassare o spegne tutto; mentre lei lo sgrida dalla porta, lui tiene istintivamente la mano sul vinile e lo muove avanti e indietro per fermarlo, producendo quel raschio ritmico che oggi riconosce chiunque. Finita la ramanzina, capì di aver inventato qualcosa: lo scratch, il gesto fondante del turntablism e di mezza cultura hip hop, nasce da un rimprovero materno e da una mano messa sul disco per non farsi sgridare.
IL FUZZ CHE NESSUNO VOLEVA
Il gated reverb di Phil Collins. Il tuono di batteria che apre “In the Air Tonight” (1981) e che definisce da solo il suono degli anni Ottanta non fu composto: fu scoperto. L’anno prima, mentre Collins suonava la batteria per il terzo album di Peter Gabriel, l’ingegnere Hugh Padgham si accorse che un microfono particolare della console SSL, pensato per tutt’altro uso, schiacciava il suono dei tamburi in un boato enorme che poi veniva tagliato di netto. Era un effetto collaterale della macchina, non una scelta. A Collins piacque a tal punto che ci costruì sopra un’intera carriera: migliaia di dischi di quel decennio inseguiranno quel rimbombo nato da un pulsante usato male.
L’Auto-Tune. Lo strumento più discusso del pop moderno non lo ha inventato un musicista, ma un ingegnere del petrolio. Andy Hildebrand lavorava analizzando le onde sonore mandate nel sottosuolo per cercare i giacimenti; applicò quella stessa matematica alle voci e nel 1997 nacque l’Auto-Tune, concepito per correggere di nascosto le stonature. L’uso che lo rese celebre, invece, fu proprio l’errore: nel 1998 i produttori di Cher spinsero il programma al massimo su “Believe” ottenendo quella voce robotica e scattosa che non doveva esistere. Erano così sicuri di aver combinato un pasticcio da nascondere il trucco: alle riviste raccontarono che si trattava di un vecchio vocoder, per paura che qualcuno copiasse. Copiarono tutti lo stesso, per i vent’anni successivi.
KEITH RICHARDS E L'ERRORE FORTUNATO
La Roland TB-303 e l’acid house. Nel 1981 la Roland mette in commercio una scatoletta pensata per imitare il basso e fare compagnia ai chitarristi che si allenavano da soli. Suonava talmente poco come un basso vero che fu un fiasco: ritirata dal mercato dopo appena tre anni e svenduta usata per due soldi. Fu lì che alcuni ragazzi di Chicago la comprarono per disperazione e, storcendone le manopole a caso, tirarono fuori quel gorgoglio acido e gommoso che nessun ingegnere Roland aveva previsto: “Acid Tracks” dei Phuture (1987) battezzò un intero genere. La macchina fallita è oggi uno degli strumenti elettronici più preziosi e imitati al mondo.
E infine l’errore più fecondo e più ingiusto di tutti: l’Amen break. Nel 1969 un gruppo R&B di Washington, i Winstons, incide su un lato B dimenticato, “Amen, Brother”, sei secondi di assolo di batteria suonati da Gregory Coleman. Vent’anni dopo quei sei secondi diventano il mattone su cui si costruiscono hip hop, jungle e drum and bass: è il frammento ritmico più campionato della storia della musica, lo abbiamo ascoltato migliaia di volte senza saperlo, dentro pubblicità, sigle e successi planetari. A Coleman non arrivò mai un centesimo: morì per strada, senza una casa, nel 2006. Il leader della band, Richard Spencer, ricevette un piccolo risarcimento soltanto nel 2015, grazie a una raccolta fondi lanciata da un dj inglese. La morale del genere è tutta qui: la musica tiene l’incidente e ne fa un tesoro, ma quasi mai paga chi quell’incidente lo ha commesso per primo.