IL CINEMA HA ABOLITO IL FINALE: PAGHIAMO 10 EURO PER L’ANTEPRIMA DEL PROSSIMO FILM

Mentre a Roma la Festa del Cinema premia opere che hanno il coraggio di finire, al multisala la parola “Fine” è sparita. Non compriamo più una storia: compriamo un capitolo, con i compiti per la volta dopo

In questi giorni a Roma sfila la Festa del Cinema, e per qualche sera torniamo a parlare di film che cominciano, si svolgono e finiscono: opere intere, che stanno in piedi da sole e ti lasciano con qualcosa in mano quando si riaccendono le luci. Poi però usciamo dal festival, entriamo in un multisala qualunque, e scopriamo che il cinema mainstream ha silenziosamente abolito la cosa più semplice che un racconto possa fare: concludersi.

LA SCENA POST-CREDITS CHE HA TUTTO CAMBIATO

Il colpevole ha una data di nascita precisa. 2008, “Iron Man”: dopo i titoli di coda compare un uomo con la benda su un occhio che pronuncia la parola “Avengers”. All’epoca non c’era nemmeno un piano concreto dietro quella scena: era una battuta, una promessa buttata lì. È diventata un modello di business. Da allora restiamo inchiodati in poltrona per dieci minuti di nomi che scorrono, addestrati ad aspettare non la fine del film che abbiamo appena visto, ma lo spot del prossimo biglietto da comprare.

E quando il film finisce davvero, spesso non finisce. “Dune” si interrompe a metà della storia e ti rimanda a un “Parte Due”. “Spider-Man: Across the Spider-Verse” si chiude letteralmente con la scritta “continua”. Ogni grande film pianta semini di sequel, spin-off, “universi” da coltivare. La storia autoconclusiva di due ore è diventata una puntata. Non compriamo più un film: sottoscriviamo un abbonamento che si paga a biglietti, e per capire il capitolo di stasera dobbiamo aver fatto i compiti, cioè aver visto gli altri cinque. Una volta il film era una frase compiuta. Adesso è una virgola.

Va detto, per onestà, che la serialità non l’hanno inventata i supereroi. Il cinema nasce anche con i serial del sabato pomeriggio e i loro cliffhanger, le grandi trilogie pensate come tali possono essere capolavori, e un finale sospeso sa toccare vette altissime: “L’Impero colpisce ancora” ci lascia col fiato rotto da quarantacinque anni e nessuno si lamenta. La televisione, poi, vive da sempre di “continua”. Chi costruisce bene un mondo che si allarga ci regala un piacere vero.

DUNE E SPIDER-MAN SENZA EPILOGO

Ma la differenza è tutta qui: il non-finale, un tempo scelta narrativa coraggiosa, è diventato l’impostazione di fabbrica, applicata per riflesso anche a storie che potrebbero chiudersi benissimo. La scena dopo i titoli di coda non è più una sorpresa: è un tic aziendale. E la logica non è artistica, è commerciale, perché una storia conclusa è un problema: finita quella, cosa ci vendono la prossima estate? Il cinema ha smesso di raccontare mondi e ha cominciato ad affittarceli, con l’accortezza di non consegnarci mai le chiavi.

Alla Festa del Cinema, in questi giorni, qualche premio andrà a film che osano ancora l’unica mossa diventata rivoluzionaria: mettere la parola “Fine” e andarsene. Al multisala, invece, le due parole più coraggiose dello schermo sono ormai le più rare. Nessuno ha più il fegato di scrivere “Fine”. L’impostazione predefinita, adesso, è “Continua”.

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