Crediamo che insultare un nemico su una base sia roba da trapper in guerra su Instagram. In realtà la canzone-vendetta è vecchia quanto il pop, e ha un effetto collaterale crudele: regala l’eternità proprio a chi voleva seppellire
Quando due rapper si sfidano a colpi di diss su YouTube pensiamo di assistere a qualcosa di nuovo, un prodotto dei nostri tempi avvelenati. Non lo è. Molto prima degli screenshot e dei dissing in diretta, i musicisti regolavano i conti nel modo più elegante e definitivo che esista: ci scrivevano sopra una canzone, la stampavano su vinile e la lasciavano suonare per sempre. Il bello, e insieme la beffa, è che la vendetta in musica è l’unica che finisce per fare un favore alla vittima. Ecco sette casi in cui qualcuno ha provato a demolire un altro con una canzone, e lo ha reso leggenda.
UNA TRADIZIONE ANTICA QUANTO IL POP
1. John Lennon, “How Do You Sleep?” (1971). Il divorzio più doloroso della storia della musica non si consumò in tribunale ma su due dischi. Paul McCartney aveva sparso nel suo album qualche frecciata (“Too Many People”, con quel “troppa gente che predica comportamenti”), e Lennon rispose senza metafore: “How Do You Sleep?” è tre minuti di sfregi diretti all’ex amico, fino a definirne l’opera “Muzak”, musichetta da ascensore. Oggi quella canzone feroce è un classico, e non parla d’altro che di Paul.
2. Fleetwood Mac, “Go Your Own Way” e “Dreams” (1977). Dentro “Rumours”, il disco più venduto dell’epoca, c’era una guerra civile. Lindsey Buckingham scrisse “Go Your Own Way” per lasciare Stevie Nicks; lei rispose con “Dreams”. E la condanna fu doversi guardare in faccia e cantarsi addosso quegli insulti ogni sera, sullo stesso palco, per decenni. La vendetta perfetta è quella che devi eseguire davanti a chi l’ha ispirata.
LA BEFFA DELLA VENDETTA IN MUSICA
3. Neil Young contro Lynyrd Skynyrd. Young aveva accusato il Sud razzista in “Southern Man” e “Alabama”. I Lynyrd Skynyrd replicarono nel 1974 con “Sweet Home Alabama”: “Spero che Neil Young si ricordi che un uomo del Sud non ha bisogno di lui qui intorno”. Sembrava una faida all’ultimo sangue. Era quasi un gioco: Ronnie Van Zant si fece fotografare con la maglietta di Neil Young, e Young stesso ammise poi che i suoi versi erano “accusatori e supponenti”. Il duello più famoso del rock era, in fondo, una stretta di mano.
4. Carly Simon, “You’re So Vain” (1972). Il ritornello canta “tu sei così pieno di te che pensi che questa canzone parli di te”. Da mezzo secolo il mondo prova a indovinare di chi parli. Simon ha confessato una sola cosa, nel 2015: la seconda strofa è su Warren Beatty. Il resto resta sigillato. Bonus crudele: nei cori, non accreditato, canta Mick Jagger, uno dei tanti sospettati.
LENNON CONTRO MCCARTNEY, SENZA METAFORE
5. Bob Dylan, “Positively 4th Street” (1965). Non una canzone d’amore ma di disprezzo, rivolta all’ambiente folk del Village che lo aveva fischiato quando imbracciò la chitarra elettrica. “Hai un bel coraggio a dire che sei mio amico”: l’addio più gelido mai messo in classifica, dedicato a chi fino a ieri lo applaudiva.
6. Joan Baez, “Diamonds & Rust” (1975). La vendetta può anche essere servita fredda e malinconica. Dieci anni dopo la fine della storia con Dylan, Baez racconta una telefonata di lui da una cabina e gli restituisce tutto: il mito, la vanità, i ricordi “diamanti e ruggine”. Non lo nomina, ma ha confermato che è lui. È la frecciata più signorile della lista: trasforma l’uomo che l’aveva lasciata nel soggetto della sua canzone più bella.
LA GUERRA CIVILE DEI FLEETWOOD MAC
7. Alanis Morissette, “You Oughta Know” (1995). La più rabbiosa, e l’unica rimasta un giallo. Un ex che l’ha tradita, umiliato riga per riga davanti al mondo intero. Per anni si è detto che il bersaglio fosse l’attore Dave Coulier, lo “zio Joey” di una celebre sitcom americana; lui a tratti ci ha creduto, a tratti ha negato, e Alanis non ha mai confermato nessuno. Il colpo perfetto: la vittima sa di essere stata colpita, ma non può nemmeno dimostrarlo.
E l’Italia? Il dissing più celebre della nostra canzone è del 1976 e porta la firma di Francesco Guccini, scomparso lo scorso agosto. Si intitola “L’avvelenata”. Il bersaglio era un critico, Riccardo Bertoncelli, che l’anno prima aveva liquidato un suo disco come prolisso e noioso, consigliandogli quasi di scrivere canzonette per campare. Guccini lo infilò in un verso rabbioso, “un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete”, dove il cognome di un uomo diventa un insulto comune. Ed ecco la morale di tutta questa lista: Guccini chiamò Bertoncelli, gli cantò il pezzo e si offrì di togliere il nome. Fu Bertoncelli a rifiutare. Aveva capito che farsi insultare da Guccini era la miglior pubblicità della sua carriera: quel cognome lo conobbe mezza Italia. Rimasero amici. Perché questo fanno le grandi canzoni-vendetta: non uccidono il nemico, lo rendono eterno. McCartney, Warren Beatty, Buckingham, Bertoncelli: tutti immortalati da chi li voleva cancellare. L’unica vendetta al mondo in cui la vittima, prima o poi, dovrebbe dire grazie.