di Viviana Viviani
Alcuni sono (e sono stati) solo caratteristi. Altri molto di più. Ma spesso il grande pubblico non riesce associare un nome al loro volto. Proviamo a raccontarveli meglio.
Il caratterista è quello che il pubblico riconosce sempre e spesso non sa nominare. Sta un passo indietro rispetto al protagonista, ha tre scene in croce, e quasi sempre è la sua battuta a sopravvivere al film.
È una figura nata dal teatro popolare e passata alla commedia all’italiana, dove il volto contava più della biografia: il produttore cercava una faccia, non un divo. Molti di questi attori venivano dal palcoscenico o da mestieri lontanissimi dal cinema.
Il meccanismo non è finito con il bianco e nero. Vale anche oggi, tra Gomorra e Boris: cambia il tipo di cinema, resta la faccia che tutti riconoscono e il nome che nessuno ricorda. Eccone dieci da imparare.
1. Carlo Pisacane, il Capannelle dei Soliti ignoti
Napoletano, aveva esordito nel cinema muto accanto a Tina Pica e girato oltre settanta film prima che Monicelli, nel 1958, gli affidasse il vecchietto affamato della banda. Con una beffa doppia: il personaggio parlava bolognese, ed era doppiato da Nico Pepe. Da allora in alcuni titoli di testa comparve “Capannelle” al posto del suo nome. È morto a Roma nel 1974.
La battuta: «Mo guarda dove son capitato. Fra i lavoratori!».
2. Tiberio Murgia, il Ferribotte siciliano (che era sardo)
Oristano, 1929. Minatore in Belgio, operaio a Bristol, sguattero in un ristorante romano: lì lo notò Monicelli, che cercava un “tipo siciliano”. Per quarant’anni ha fatto il meridionale geloso, sempre doppiato da altri con cadenza sicula. Solo nel 1988, in Operazione pappagallo, si sentì la sua voce sarda. È morto nel 2010, ultimo sopravvissuto tra i protagonisti maschili del film.
La battuta: «Non pozzo lasciare Carmelina sola».
3. Mario Brega, il “principe” di Bianco, rosso e Verdone
All’anagrafe Florestano, romano, classe 1923. Sergio Leone lo mise nella trilogia del dollaro e in C’era una volta in America. Verdone lo scelse dopo averlo incrociato a casa di Leone, dove Brega stava consegnando frutta e verdura: da lì Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Borotalco. È morto nel 1994.
La battuta: «A signò, me chiameno er principe».
«Le vede ‘sto olive? So’ grèche».
4. Gigi Reder, il ragionier Filini di Fantozzi
Si chiamava Luigi Schroeder, napoletano del 1928 con padre tedesco. Teatro con Peppino De Filippo e Albertazzi, vent’anni di doppiaggio, poi quattordici film come spalla di Villaggio. Quando morì, nel 1998, Villaggio raccontò che chi lo chiamava non gli diceva che era morto Reder: gli diceva che era morto Filini.
La battuta: «Dicevo: batti lei?».
5. Anna Mazzamauro, la signorina Silvani di Fantozzi
Doppia candidatura al Nastro d’argento, una carriera lunghissima in teatro, ma per il pubblico è rimasta l’impiegata che tratta male il ragioniere. Al primo provino puntava al ruolo della Pina. Ha raccontato a Open che la fermano ancora per strada e alle Poste chiamandola Silvani, e che il personaggio le ha dato la fama e insieme una gabbia: nessuno le ha più offerto una Medea. Oggi porta in teatro uno spettacolo su quel ruolo e su Villaggio.
La battuta: «Fantocci, non faccia il pagliazzo!».
6. Milena Vukotic, la Pina di Fantozzi
Romana del 1935, figlia di un diplomatico montenegrino, ha cominciato come ballerina all’Opéra di Parigi e con Roland Petit. Ha lavorato con Fellini, Buñuel, Tarkovskij e Monicelli prima di diventare la moglie del ragioniere, dal terzo film in poi, e nonna Enrica di Un medico in famiglia. Nel giugno 2026 il Biografilm di Bologna le ha dato il premio alla carriera.
La battuta: «No, Ugo, solo un po’ di pena».
7. Renato Scarpa, il Robertino di Ricomincio da tre
Milanese del 1939, esordio nel 1969 con i fratelli Taviani. Poi il figlio quarantenne e represso di Troisi, in una delle scene più citate del cinema italiano, e il Cazzaniga dei due film di Bellavista, il milanese trapiantato a Napoli. Ha lavorato fino all’ultimo: I due papi è del 2019, Per tutta la vita del 2021, stesso anno della sua morte.
La battuta: «Ma mammina dice che io ho i complessi nella testa».
8. Antonio Catania, il tenente La Rosa di Mediterraneo
Nato ad Acireale nel 1952, a Milano dal 1968, diplomato alla scuola del Piccolo. Al Teatro dell’Elfo incontra Gabriele Salvatores, che lo porta al cinema e poi nel film premio Oscar. Erano tre scene soltanto, e gli hanno cambiato la carriera: poi Pane e tulipani, i film di Aldo, Giovanni e Giacomo, Il caimano, Boris.
La battuta: «Ma come non sapete niente?! C’è stato l’otto settembre!».
9. Gianfelice Imparato, il don Ciro di Gomorra
Di Castellammare di Stabia, 1956, lasciò giurisprudenza per il teatro di Eduardo e di Carlo Cecchi. Al cinema ha lavorato con Bellocchio, Scola, Monicelli e Moretti, ma la faccia che tutti ricordano è quella del contabile che porta la mesata alle famiglie del clan, nel film portato a Cannes nel 2008.
La battuta: «Io me voglio salvà».
10. Ninni Bruschetta, il Duccio Patanè di Boris
Messinese del 1962, nel 1983 fonda la compagnia Nutrimenti Terrestri e tra il 1996 e il 1999 dirige il teatro della sua città. Al cinema con Sorrentino, Piccioni, Luchetti. Dal 2007 è il direttore della fotografia sfatto della serie, ruolo ripreso nel film e nel revival del 2022. Nel 2016 ha pubblicato un libro che vale come manifesto della categoria: Manuale di sopravvivenza dell’attore non protagonista.
La battuta: «Aperto, chiuso, smarmella, vado a pensare».
📷 Mario Brega