NO CHE COSTANO • 6 CANZONI RIFIUTATE DA UNA STAR E PORTATE AL TRIONFO DA UN’ALTRA

Nella stagione in cui gli artisti scelgono quali canzoni portare a Sanremo e quali lasciar perdere, vale la pena ricordare che mezza storia del pop è fatta di occasioni mancate: brani offerti a qualcuno che ha detto no, e diventati immortali in un’altra voce. Ecco sei “no” che qualcuno rimpiange ancora

C’è un gioco crudele che la musica fa da sempre: una canzone arriva sulla scrivania di un artista, lui la ascolta, storce il naso e la lascia andare. Poi quella stessa canzone finisce a qualcun altro e diventa un successo planetario. È il “no” più costoso che esista, perché non si misura in soldi persi ma in leggenda mancata. E la storia del pop ne è piena. Ecco sei casi in cui qualcuno ha detto di no alla canzone sbagliata, e un altro se n’è preso tutta la gloria.

IL RIFIUTO DELLE TLC A BRITNEY

Cominciamo dal caso più clamoroso degli anni Novanta. “…Baby One More Time” doveva essere delle TLC, il celebre trio femminile americano. La rifiutarono. Anni dopo la cantante T-Boz lo ha raccontato senza troppi giri di parole: avrei dovuto cantare “colpiscimi ancora, piccolo”? No di certo. Il brano passò così a una sedicenne sconosciuta del Mississippi, Britney Spears, e divenne nel 1998 il pezzo che ha inventato il pop del nuovo millennio. Un rifiuto e una carriera leggendaria regalata a qualcun altro.

Restiamo in zona Britney, ma stavolta a parti invertite. “Umbrella” era stata fatta girare tra diverse star prima di trovare casa: la rifiutò Mary J. Blige, che solo di recente ha ammesso pubblicamente di esserci passata vicino, e la lasciò andare anche l’entourage di Britney Spears, che quell’anno aveva già abbastanza materiale. Finì a una ragazza delle Barbados ancora non pienamente esplosa, Rihanna: era il 2007, “Umbrella” la trasformò in una regina globale e vinse pure un Grammy. Quella pioggia, insomma, se la sono fatta scappare in tanti.

L'OMBRELLO CHE MARY J. BLIGE LASCIÒ CADERE

Il “no” più nobile della lista è però quello di Dolly Parton. La regina del country aveva scritto “I Will Always Love You” nel 1973, e a un certo punto bussò alla sua porta niente meno che Elvis Presley, che voleva inciderla. Un sogno, per chiunque. Solo che il manager di Elvis, il famigerato Colonnello Parker, pretendeva in cambio metà dei diritti d’autore della canzone. Dolly, pur piangendo tutta la notte, disse di no e si tenne il suo pezzo. Fece bene: quasi vent’anni dopo, nel 1992, quella canzone la riprese Whitney Houston per la colonna sonora di “Guardia del corpo” e ne fece uno dei singoli più venduti di sempre cantati da una donna. Se Dolly avesse ceduto, oggi la ricorderemmo come una canzone di Elvis, e basta.

Poi c’è la storia di un gioiello rimasto a lungo nell’ombra. “Nothing Compares 2 U” la scrisse Prince negli anni Ottanta, ma la affidò a un suo progetto collaterale, la band The Family, dove passò quasi inosservata. Sembrava destinata a restare una perla sepolta nel catalogo sterminato del genio di Minneapolis. Finché nel 1990 non la riprese un’irlandese dalla testa rasata, Sinéad O’Connor, che con quella lacrima in primo piano nel videoclip la trasformò in uno dei brani strazianti più famosi della storia. Prince l’aveva scritta; il mondo la conosce per lei.

QUANDO IL NO DIVENTA LEGGENDA ALTRUI

Un caso più recente lo regala il pop anni Duemila. “Since U Been Gone”, costruita dalla premiata ditta Max Martin e Dr. Luke, era stata pensata per altre: la rifiutò Pink, e non riuscì a farsela andar bene nemmeno Hilary Duff. Capitò così sul tavolo della prima vincitrice di American Idol, Kelly Clarkson, che nel 2004 ci costruì sopra la svolta rock della sua carriera e un classico assoluto del decennio. Due “no” e un trampolino per chi è arrivata terza nella fila.

E chiudiamo in Italia, con un “no” che ha fatto la storia del nostro costume. “Nessuno mi può giudicare” era stata pensata per Adriano Celentano, che ne incise persino un provino. Poi però il Molleggiato preferì presentarsi a Sanremo 1966 con una canzone sua, “Il ragazzo della via Gluck”, e lasciò perdere l’altra. A raccoglierla fu una ragazza col caschetto biondo, Caterina Caselli: la portò all’Ariston, arrivò seconda e poi dominò le classifiche per settimane, trasformando quel brano nell’inno di un’intera generazione. Celentano scelse la via Gluck e ci diede un capolavoro, d’accordo. Ma regalò a un’altra uno dei ritornelli più cantati del Novecento italiano. Perché nel pop, a volte, la mossa più importante della carriera non è la canzone che accetti. È quella che ti lasci sfuggire.

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