Ormai il programma di Milly Carlucci è l’unico rimasto a mettere in scena il brivido dell’imprevisto, fra potenziali stiramenti e contusioni. Tanti lo guardano anche per questo motivo
C’è una cosa che Ballando con le Stelle fa e che nessun altro programma della televisione italiana fa più: mette fisicamente in pericolo i suoi protagonisti. Sabato 3 ottobre riparte la ventunesima edizione, con Milly Carlucci e Paolo Belli, una giuria che perde pezzi storici (Fabio Canino se n’è andato dopo diciassette edizioni, Selvaggia Lucarelli è passata al nemico Mediaset) e un cast dei soliti nomi trasversali, da Ornella Muti a Monica Guerritore, da Aurora Ramazzotti a Eugenio Finardi. Sulla carta è il solito varietà del sabato sera. In realtà è qualcosa di più raro, e di più crudele.
IL PARADOSSO DEL CORPO CHE TRADISCE
Guardatevi attorno. Oggi il personaggio pubblico è una fortezza. Ogni foto è filtrata, ogni frase è concordata, ogni “momento di verità” sui social è girato tre volte e montato con cura. Il divo del 2026 non si fa mai vedere mentre perde, mentre invecchia, mentre non ce la fa. È un’immagine, non una persona. E qui arriva il paradosso: in questo panorama di plastica lucida, l’unico posto dove un famoso ci mostra un corpo che tradisce è una gara di ballo del servizio pubblico.
Perché a Ballando ci si fa male sul serio. Non è un modo di dire. È un programma che ha una lunga scia di infortuni, cadute, stiramenti, ritiri: l’anno scorso Francesca Fialdini si è dovuta fermare per un infortunio, tra le polemiche e i “colleghi che non mi credono”. E questo è il punto: quando un vip abituato a controllare ogni pixel della propria immagine si mette una camicia sudata, prova un sollevamento che non gli riesce, sbaglia il passo davanti a undici milioni di occhi e a volte finisce con una lastra da fare, sta offrendo al pubblico l’unica merce che nel 2026 non si può più fabbricare: la vulnerabilità vera, non recitata. Il resto della TV ce la simula, la fragilità. Ballando te la fa vedere in diretta, con il fiatone.
INFORTUNI E CADUTE IN DIRETTA
Diciamolo con onestà, perché il gioco è più sporco di così. Quella vulnerabilità è anche un prodotto, e Milly Carlucci lo confeziona meglio di chiunque: il “percorso di crescita”, la lacrima al momento giusto, l’infortunio che diventa storyline, il redenzione-show del personaggio antipatico che alla fine ci commuove. C’è del pietismo costruito, a volte, e un pizzico di voyeurismo nel guardare il potente che arranca. Ed è giusto ricordare che il ballo, quello vero, è un mestiere durissimo: i maestri in pista sono professionisti seri, e regalare a un attore di settant’anni o a una signora della televisione una seconda giovinezza sul palco è anche una forma di generosità televisiva sempre più rara.
Ma tolti i belletti, resta il nocciolo. In una televisione che ha paura del rischio, che ricicla format vecchi di trent’anni e ci culla con la nostalgia, Ballando con le Stelle vende l’unica cosa che non puoi truccare in post-produzione: un essere umano che, in mondovisione e senza rete, può farsi male. Ecco perché non muore mai, e perché regge da vent’anni mentre tutto attorno sa di finto. Non guardiamo il tango. Guardiamo l’attimo in cui l’intoccabile inciampa e diventa uno di noi.