Prima li sostituivano sperando che non ce ne accorgessimo. Poi li ricreavano al computer per finire un film rimasto orfano. Adesso l’intelligenza artificiale li rimette in scena per interi ruoli. Piccola storia dell’ossessione di Hollywood per gli attori che continuano a recitare da morti
C’è una cosa che il cinema non ha mai saputo accettare: che un volto, prima o poi, smette di essere disponibile. Per decenni la soluzione è stata elegante e ipocrita, si cambiava attore e si faceva finta di niente. Poi è arrivata la tecnologia, e la finzione è diventata letterale. Ecco la scala, gradino per gradino, di come Hollywood ha smesso di lasciar andare i suoi morti.
LA STAFFETTA DEI VOLTI RUBATI
Si comincia con la bugia gentile. Quando Richard Harris muore, nel 2002, è ancora il professor Silente di Harry Potter. Semplice: dal terzo capitolo entra Michael Gambon, stessa barba e stesso cappello, e allo spettatore si chiede la cortesia di non farci troppo caso. È il ricambio, la staffetta di sempre: nessuno viene resuscitato, viene solo sostituito.
Poi qualcuno muore a film già iniziato, e il gioco cambia. Oliver Reed se ne va nel 1999, in una taverna di Malta, con “Il gladiatore” ancora da finire: le sue ultime scene vengono completate incollando digitalmente il suo volto su una controfigura. È il primo caso clamoroso di “lo abbiamo terminato al computer”. Storia identica, e più straziante, per Paul Walker: muore nel 2013 durante le riprese di “Fast & Furious 7”, e la produzione ricostruisce Brian O’Conner con la CGI e con i suoi due fratelli usati come corpi in prestito. Quel “See You Again” finale è il congedo da un uomo che sullo schermo era ormai per metà un effetto speciale.
Il salto vero arriva quando a tornare non è chi è appena morto, ma chi è morto da decenni. In “Rogue One” (2016) il Grand Moff Tarkin ha di nuovo il viso di Peter Cushing, scomparso nel 1994: un’intera interpretazione affidata a un uomo che non poteva dare il consenso a niente. Non a caso la faccenda è finita in tribunale, con una causa sul diritto di usare il volto di un defunto. Nello stesso film ricompare pure la principessa Leia giovane, ricostruita in digitale sul viso di Carrie Fisher di quarant’anni prima; e quando la Fisher muore, a fine 2016, “L’ascesa di Skywalker” la rimetterà in scena montando spezzoni girati e mai utilizzati. Il morto, adesso, recita anche ruoli nuovi.
MORTI CHE FINISCONO IL FILM
E siamo all’ultimo gradino, quello del 2026. “As Deep as the Grave” riporta sullo schermo Val Kilmer, spentosi nel 2025, non per un cameo ma per un ruolo da protagonista: l’intelligenza artificiale completa ed espande ciò che la malattia non gli aveva permesso di girare, mostrandolo di volta in volta giovane, vecchio, infine spettrale. La figlia Mercedes ha benedetto l’operazione ricordando che il padre amava la tecnologia. Sarà. Resta la domanda che nessun ufficio legale può chiudere: fino a che punto è lecito rimettere in bocca a un morto parole che non ha mai pronunciato?
Dalla staffetta alla rianimazione il passo è stato breve, e a Hollywood l’hanno fatto quasi senza accorgersene. Un tempo un attore, morendo, si portava via il personaggio. Adesso il personaggio resta, e dell’attore si conserva soltanto il calco. È comodo per gli studios, che così non devono seppellire un asset. Un po’ meno per noi, che dobbiamo decidere se stiamo ancora guardando una recitazione o solo un fantasma ben illuminato.