«WIDOW’S BAY» • LA SERIE PIÙ PREMIATA DELL’ANNO NON L’HAI VISTA (E NON È COLPA TUA)

Domenica scorsa la televisione americana si è premiata con i suoi Emmy. Ha vinto tutto una commedia horror su un’isola maledetta di cui, con ogni probabilità, non avete mai sentito parlare. Non perché siate distratti: perché la TV più bella del mondo è diventata un oggetto che si guarda da soli, senza più nessuno con cui parlarne il giorno dopo

Il 14 settembre si è tenuta la cerimonia degli Emmy Awards, gli Oscar della televisione. La grande trionfatrice dell’anno si chiama “Widow’s Bay”, una commedia dai toni horror ambientata in un’isola del New England colpita da una maledizione secolare. Recensioni entusiastiche, un mucchio di statuette, la benedizione della critica. Domanda onesta: l’avete vista? L’avete anche solo sentita nominare? Se la risposta è no, tenete a mente questa sensazione, perché è il cuore di tutto il discorso.

LA MALEDIZIONE DI UN'ISOLA INVISIBILE

Il protagonista, Matthew Rhys, ha fatto una cosa che nella storia degli Emmy non era mai riuscita a nessuno: ha vinto due premi da attore protagonista nella stessa serata, per due programmi diversi. Miglior attore comico per “Widow’s Bay” e miglior attore in una miniserie per un altro titolo. Un record assoluto. Nel frattempo il premio come miglior serie drammatica è andato a “The Pitt”, un dramma ospedaliero, e Jean Smart ha vinto l’ennesima volta per “Hacks”, imbattuta a ogni sua candidatura. Nomi che, per chi non vive dentro l’universo delle piattaforme, suonano più o meno come una lingua straniera.

Ora, il punto non è fare gli snob al contrario e dire “eh, ai miei tempi la TV era meglio”. La TV, oggettivamente, non è mai stata scritta e recitata così bene. Il punto è un altro, ed è quasi malinconico: è finita la televisione come cosa condivisa. È finita l’idea che l’indomani, al bar o in ufficio, si parlasse tutti della stessa puntata. “Widow’s Bay” sta su Apple TV+, “The Pitt” e “Hacks” su HBO Max, arrivata in Italia solo a gennaio di quest’anno. Ognuna dietro il suo abbonamento, la sua app, la sua password. Per vedere le serie più premiate del pianeta oggi servono tre, quattro, cinque servizi diversi, e nessuno li ha tutti. Così accade una cosa che trent’anni fa sarebbe stata inconcepibile: la miglior serie del mondo può non avere, attorno a te, un solo spettatore con cui commentarla.

C’è stata un’epoca in cui un intero Paese guardava lo stesso sceneggiato la stessa sera, sugli stessi due o tre canali, e la mattina dopo ne parlavano il salumiere e il professore, la nonna e il nipote. Era una televisione più povera, con molta meno scelta, spesso con molta meno qualità. Ma era un fatto collettivo: creava un “noi”. Oggi abbiamo un catalogo sterminato, ci vantiamo della quantità di roba meravigliosa a portata di telecomando, e intanto guardiamo tutto da soli, ciascuno nel suo recinto, ciascuno in ritardo o in anticipo rispetto all’altro, terrorizzati dallo spoiler perché nessuno è mai al nostro stesso punto.

IL RECORD ASSOLUTO DI MATTHEW RHYS

Gli Emmy 2026 hanno fotografato proprio questo, senza volerlo. Hanno consegnato il premio più importante della televisione mondiale a un pugno di serie bellissime e invisibili, prodotti d’autore pensati per essere consumati in solitudine, uno alla volta, in cuffia, sul telefono, sul divano di casa propria mentre nella casa accanto guardano tutt’altro. La qualità è salita alle stelle. La conversazione è sparita. E una serie di cui non puoi parlare con nessuno, per quanto perfetta, è un capolavoro sussurrato dentro una stanza vuota.

Poi, certo, si può ribattere che quel “noi” televisivo di una volta non era una scelta ma una gabbia: guardavamo tutti la stessa cosa perché non c’era nient’altro da guardare. Vero. La libertà di oggi è reale e non la vuole restituire nessuno. Ma non chiamiamola solo abbondanza. Chiamiamola anche con il suo nome meno pubblicitario: una solitudine ben illuminata, con l’audio in alta definizione. “Widow’s Bay” ha vinto tutto. E scommetto che, dalle vostre parti, non ha ancora vinto una singola chiacchierata.

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