Nella musica il vero incubo non è il flop: è il successo che non ti appartiene. È l’unico mestiere al mondo in cui puoi riempire le classifiche e scoprire che la tua canzone più famosa paga lo stipendio a qualcun altro. Ecco sette storie di chi ha dovuto combattere, o addirittura ricomprarsi, la propria musica
Compriamo i cataloghi musicali come titoli di Stato, ormai lo sappiamo. Ma sotto quel mercato dorato c’è una storia più vecchia e più feroce: quella di chi la canzone l’ha scritta e cantata, e poi ha scoperto di non possederla. Perché la musica è l’unico oggetto d’arte che smette di appartenerti proprio nel momento in cui riesce. Ecco sette prove.
I VERVE E I ROLLING STONES
Il caso-simbolo sono i Verve. Bitter Sweet Symphony, 1997, uno dei pezzi più belli di quegli anni: era costruita su un campione della versione orchestrale che l’Andrew Oldham Orchestra aveva inciso nel 1965 di un brano dei Rolling Stones, The Last Time. I Verve una licenza l’avevano ottenuta, ma Allen Klein, il vecchio manager degli Stones che ne controllava il repertorio anni Sessanta, fece causa sostenendo che avessero usato più di quanto concordato. Risultato: i Verve dovettero cedere il cento per cento delle royalty, e la loro canzone più famosa per oltre vent’anni ha pagato i Rolling Stones. Solo nel maggio 2019 gli Stones hanno restituito i diritti al cantante Richard Ashcroft.
John Fogerty, la voce dei Creedence Clearwater Revival, è stato addirittura denunciato per aver copiato sé stesso. La sua vecchia etichetta, la Fantasy di Saul Zaentz, possedeva il repertorio dei Creedence; quando nel 1985 Fogerty tornò da solo con The Old Man Down the Road, la Fantasy lo trascinò in tribunale sostenendo che fosse identica a Run Through the Jungle, un pezzo che Fogerty aveva scritto ma che non era più suo. Nel 1988 si presentò in aula con la chitarra per dimostrare alla giuria che quello era semplicemente il suo modo di suonare. Vinse. Ma aveva dovuto difendersi in tribunale dall’accusa di assomigliare a sé stesso.
Prince arrivò al gesto più clamoroso. Nel 1993 cancellò il proprio nome e lo sostituì con un simbolo impronunciabile, e per anni si presentò con la parola “SLAVE”, schiavo, scritta sulla guancia. Protestava contro la Warner Bros, che possedeva i nastri originali della sua musica e decideva quanti dischi potesse pubblicare. Lasciò l’etichetta nel 1996 e si riprese il proprio nome solo nel 2000.
JOHN FOGERTY CONTRO SÉ STESSO
George Michael la chiamò, senza giri di parole, “schiavitù professionale”. Nei primi anni Novanta trascinò in giudizio la Sony per liberarsi dal contratto, ma nel giugno 1994 l’Alta Corte di Londra gli diede torto, giudicando quei patti equi. Si liberò soltanto nel 1995, e non vincendo: la Sony vendette il suo contratto ad altre etichette. Il cantante più elegante del pop dovette aspettare che qualcuno si passasse di mano la sua carriera come una figurina.
Le TLC sono la dimostrazione aritmetica di quanto il meccanismo sia spietato. Nel 1995, mentre il loro CrazySexyCool vendeva milioni di copie ed entrava tra i dischi più venduti di sempre da un gruppo femminile, le tre dichiararono bancarotta. Tra anticipi da restituire, spese addossate agli artisti e percentuali divise, il gruppo più ascoltato del momento era sulla carta in rosso.
CATALOGHI MUSICALI ALL'ASTA
Taylor Swift ha trasformato il furto in strategia. Nel 2019 i nastri dei suoi primi sei album vennero venduti, senza di lei, alla società di un manager che non voleva. La sua risposta è stata rimettersi in studio e reincidere quei dischi uno per uno, le famose “Taylor’s Version”, perché i fan ascoltassero le copie che possedeva lei. Solo nel maggio 2025, dopo aver reinciso mezza carriera, è riuscita a ricomprarsi gli originali. Per possedere la propria musica ha dovuto inciderla due volte, e poi pagarla lo stesso.
Chiudiamo con l’italiano che aveva capito tutto prima di tutti. Nel 1962 Adriano Celentano piantò la sua casa discografica e se ne costruì una tutta sua, il Clan. Mentre mezzo mondo consegnava le chiavi della propria opera a una multinazionale, lui si teneva le chiavi di casa. Non è un dettaglio da ribelle: è l’unica mossa che, settant’anni di cause dopo, continua a dare ragione a chi la fa. Perché nella musica non ti rubano il flop: ti rubano il capolavoro. E per riaverlo, a volte, l’unica strada è reinciderlo da capo.