Una band interamente generata dall’IA ha superato il milione di ascoltatori su Spotify, e ha continuato a crescere anche dopo aver ammesso di non essere umana. Il vero scandalo non è che la musica finta ci abbia fregati: è che avevamo già smesso di chiederci chi stesse suonando
Facciamo finta di stupirci, così ci togliamo il pensiero. Nell’estate del 2025 una band chiamata The Velvet Sundown è comparsa dal nulla su Spotify: rock psichedelico anni Settanta, foto vintage perfette, un’aria da gruppo che avevi sempre conosciuto senza ricordare dove. In poche settimane ha superato il milione di ascoltatori mensili, il brano di punta oltre mezzo milione di riproduzioni. Poi è arrivata la confessione: non esistevano. Nessun chitarrista, nessun cantante, nessuna sala prove. Tutto generato dall’intelligenza artificiale con Suno, un “art hoax” come lo ha chiamato il portavoce del progetto, che alla domanda su cosa fosse ha risposto: “È marketing. È trolling”. E ha aggiunto la frase che dovremmo incorniciare: “Viviamo in un mondo in cui le cose finte hanno a volte più impatto di quelle vere”.
IL PROGETTO DIETRO LA BAND FANTASMA
Ecco, il punto non è quella frase. Il punto è quello che è successo dopo. Perché una volta smascherata, una volta che tutti sapevano che dietro non c’era nessuno, The Velvet Sundown non è affondata. È cresciuta. Ha continuato a macinare ascolti sapendo il pubblico esattamente cosa stava ascoltando: niente e nessuno. E qui casca l’asino, anzi, cadiamo noi. Perché ci siamo raccontati per mesi che il pericolo dell’IA fosse l’inganno, il travestimento, il non accorgersene. E invece il vero colpo è arrivato quando ce ne siamo accorti e non ci è importato.
I numeri, per chi ama i numeri. Uno studio Deezer condotto su novemila persone in otto Paesi ha rilevato che il 97 per cento degli ascoltatori non sa distinguere un brano composto da un essere umano da uno sputato fuori da un algoritmo. Non tre su cento, novantasette. E la stessa Deezer certifica che ormai oltre la metà dei brani caricati ogni giorno sulla piattaforma è generata dall’IA: circa novantamila pezzi al giorno, contro il 28 per cento di appena un anno prima. Spotify, dal canto suo, ha dovuto rimuovere qualcosa come settantacinque milioni di tracce spam in dodici mesi. Un oceano di canzoni che nessuno ha scritto, per un pubblico che spesso nemmeno ascolta: sempre secondo Deezer, la gran parte degli ascolti su quei brani finti risulta fraudolenta, bot che ascoltano bot per rubare royalty. Musica prodotta da nessuno per essere ascoltata da nessuno, ma pagata sul serio.
QUANDO LO SMASCHERAMENTO PORTA SUCCESSO
Fa comodo prendersela con la macchina. È più difficile ammettere che la macchina ha trovato una casa già arredata, un buco che avevamo scavato noi con le nostre mani. Da anni la musica per la maggior parte di noi non è più qualcosa che si ascolta: è qualcosa che si mette. La playlist per studiare, quella per correre, quella per “rilassarsi”, quella per la cena. Contenitori di stati d’animo in cui l’ultima cosa che conta è chi c’è dentro. In un contesto così, un artista che non esiste non è un problema tecnico: è il candidato ideale. Non fa scandali, non chiede royalty giuste, non invecchia, non delude, non ti obbliga a sapere il suo nome. Si incastra alla perfezione nel modo in cui già trattavamo la musica: come sottofondo. L’IA non ha ucciso l’artista. L’artista, per come lo intendevamo, l’avevamo già mandato in soffitta noi, il giorno in cui abbiamo smesso di chiederci “ma questa chi la suona?”.
Va detto per onestà: non è tutto nero. Gli strumenti di generazione hanno anche democratizzato la creazione, un ragazzino in cameretta oggi fa cose che vent’anni fa richiedevano uno studio. Una bella canzone resta una bella canzone, e c’è chi giustamente sostiene che l’origine non cambi l’emozione. E soprattutto esiste ancora una minoranza vera, quella che ascolta un disco intero, che legge i crediti, che al concerto sa distinguere l’assolo dal riempitivo, e per cui il nome sulla copertina conta eccome. Quella minoranza l’IA non l’ha ingannata di un millimetro. Il problema è che quella minoranza si è accorta, dallo studio Deezer, di essere appunto una minoranza. Tre su cento.
IL PUBBLICO CHE SCEGLIE IL VUOTO
Non a caso lo stesso pubblico che non distingue le due musiche chiede però le regole: l’ottanta per cento vuole che i brani AI siano etichettati come tali, più della metà pensa che non dovrebbero nemmeno comparire nelle classifiche insieme agli umani. Vogliamo il cartello “attenzione, finto” perché in cuor nostro sappiamo che a orecchio non ce la faremmo. È una richiesta sacrosanta e insieme una piccola resa: chiediamo alla piattaforma di dirci quello che una volta ci diceva l’orecchio.
The Velvet Sundown non è la fine della musica. È uno specchio, come lo sono tutte le cose che ci fanno arrabbiare troppo in fretta. Ci siamo indignati per una band che non esiste, e nel farlo abbiamo confessato la cosa più scomoda di tutte: che da un po’ ascoltavamo la musica esattamente come l’ascolta una macchina. Senza chiederci chi stesse suonando.