CINEMA • ABUSARE DELLA PAROLA RECORD NE HA ANNULLATO VALORE E SIGNIFICATO

Spider-Man: Brand New Day ha aperto a 927 milioni di dollari nel mondo. Un trionfo venduto come storia del cinema. Peccato che sia, alla lettera, il secondo miglior esordio di sempre. Ma ormai funziona così: a forza di battere un primato ogni sette giorni, il primato è diventato un comunicato stampa dove vincono tutti.

Quest’estate Spider-Man: Brand New Day è uscito nelle sale e ha incassato qualcosa come 927 milioni di dollari nel suo primo weekend in tutto il mondo. Una cifra enorme, un trionfo vero. E i titoli lo hanno celebrato come era giusto: storia del botteghino, record, un evento. C’è pure chi ha scritto che aveva strappato ad Avengers: Endgame il primato d’incassi in un solo giorno.

IL SECONDO POSTO VENDUTO COME PRIMO

Poi, se andavi a leggere la riga sotto, scoprivi un dettaglio buffo: quei 927 milioni sono il secondo miglior esordio mondiale di sempre. Il secondo. Davanti c’è ancora Endgame, che di milioni in un weekend ne fece oltre 1.200. Anche in America lo stesso film ha chiuso a 355 milioni, cioè a un soffio sotto il primato di Endgame: di nuovo secondo. Quindi, a seconda di come lo misuri e di quale giornale leggi, il medesimo film è il più grande di sempre oppure semplicemente il numero due. E nessuno si è sentito in dovere di spiegare la contraddizione, perché ormai la parola record la usiamo come si usa il sale: su tutto, e senza accorgercene più.

È il grande inganno dolce del nostro tempo. Nell’era dei numeri qualsiasi cosa esca viene incoronata, basta ritagliare la categoria su misura. Il miglior esordio per un sequel di un reboot. Il titolo non in lingua inglese più visto in una certa settimana. L’opening più alto di sempre nel mese di novembre a esclusione degli anni bisestili. Restringi abbastanza il recinto e dentro ci sarà sempre un vincitore. Netflix a metà 2026 ha annunciato un record di 97 miliardi di ore viste in sei mesi: un numero così grande da non voler dire assolutamente nulla per un essere umano, ma perfetto per il comunicato. E nella musica è lo stesso: ogni uscita è il più grande giorno di streaming della storia, e Spotify, che ha appena compiuto vent’anni, ha pubblicato le classifiche di sempre, così che perfino il passato è diventato una graduatoria con un primo e un secondo.

Attenzione, non è un peccato nato oggi. I record hanno sempre venduto biglietti: il film che ha battuto l’altro film, il disco più venduto, la mania da Guinness dei primati. I numeri sono un segnale legittimo di successo, e qualche record è davvero storico e merita la prima pagina. Il problema è un altro: quando tutto è un record, niente lo è più. L’inflazione dei superlativi ci ha educati all’alzata di spalle. Abbiamo smesso di credere al più grande di sempre esattamente come avevamo smesso di credere all’evento imperdibile e all’offerta valida solo per oggi. La parola, a furia di gridarla, si è svuotata.

ENDGAME ANCORA IN CIMA

E così lo spettacolo, che dovrebbe essere il regno dell’emozione, si è ridotto a un bollettino sportivo permanente in cui però vincono tutti, una premiazione dove ogni gradino del podio sta alla stessa altezza e a ciascuno tocca la sua coppa. Il risultato è paradossale: a forza di dirci che ogni film è il più grande di sempre, non riusciamo più a riconoscere quello che lo è davvero. Il rumore ha mangiato la notizia.

Il giorno in cui un film può essere, nello stesso identico weekend, il più grande e il secondo di sempre, vuol dire che il record ha smesso di misurare la grandezza e ha cominciato a misurare la bravura di chi scrive i comunicati. L’unico numero rimasto onesto è quello di cui nessuno si vanta: quanti di questi titoli storici ci ricorderemo ancora tra un anno.

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