I tele quiz sono tornati di gran moda. Ma ci fu un tempo in cui talvolta incappavano in incidenti di percorso (per così dire) che fecero perdere la fiducia del pubblico
La televisione italiana, questo autunno, ha riscoperto una vecchia certezza: il quiz vince. La Ruota della Fortuna di Gerry Scotti domina l’access di Canale 5 — quella fascia preziosa subito dopo il telegiornale — con ascolti che Mediaset non vedeva da anni, al punto da promuoverla anche in prima serata. Il quiz è di nuovo il re della TV. E allora vale la pena ricordare una cosa che del quiz non si dice mai, nascosta proprio sotto la sua immagine più rassicurante.
IL QUIZ COME MERITOCRAZIA ILLUSORIA
Il quiz è l’unico programma che si vende come una meritocrazia pura. Non conta la faccia, non contano le conoscenze giuste, non conta chi ti raccomanda: conta solo quello che sai. L’uomo qualunque può battere il professore, il pensionato può diventare milionario, davanti alla domanda siamo tutti uguali. È una promessa bellissima. Ed è esattamente per questo che il quiz è, nei fatti, il genere televisivo più truccato della storia: perché quando un format vende purezza, quella purezza diventa la cosa più preziosa — e più redditizia — da falsificare. Ecco le volte in cui il gioco più onesto della TV era tutto una recita.
Uno. Il peccato originale. America, anni Cinquanta, il programma “Twenty-One”. Un oscuro concorrente, Herbert Stempel, vince una fortuna, poi gli autori gli ordinano di perdere apposta per far salire al suo posto un campione più telegenico: il professore universitario Charles Van Doren, rampollo di una famiglia di intellettuali. Il 5 dicembre 1956 Stempel sbaglia di proposito una domanda sul miglior film agli Oscar — risponde “Fronte del porto” quando la risposta giusta era “Marty”, e per ironia “Fronte del porto” era uno dei suoi film preferiti. Van Doren, imboccato con le risposte settimana dopo settimana, diventa l’eroe d’America. Finché tutto crolla. Robert Redford ci ha girato un film nel 1994, “Quiz Show”.
Due. Il bloc-notes che fece esplodere tutto. Lo scandalo non riguardava un solo programma: era un’industria. Anche il celeberrimo “The $64,000 Question” era pilotato. La miccia fu un dettaglio da film: in un altro quiz, “Dotto”, un concorrente di riserva trovò dietro le quinte un taccuino con le risposte che venivano passate ai beniamini del pubblico. Da lì partì tutto. Nel 1959 il Congresso degli Stati Uniti aprì un’inchiesta; Van Doren confessò davanti alle telecamere di essere stato “profondamente coinvolto in un inganno”. L’anno dopo il presidente Eisenhower firmò una legge che rese illegale truccare i quiz televisivi. C’era voluta una legge dello Stato per obbligare la TV a non barare.
LA PROMESSA TRADITA DEL TELESPETTATORE
Tre. Il maggiore che tossiva. Inghilterra, settembre 2001, “Chi vuol essere milionario”. Il maggiore dell’esercito Charles Ingram arriva fino all’ultima domanda e vince il milione di sterline. Peccato che, secondo l’accusa, a ogni risposta esatta un complice tra i concorrenti in attesa, Tecwen Whittock, tossisse al momento giusto per segnalargliela. Nell’aprile 2003 Ingram, la moglie Diana e il complice furono condannati per aver incassato il premio con l’inganno. La storia è diventata una serie TV, “Quiz”, nel 2020, con Matthew Macfadyen nei panni del maggiore.
Quattro. I bigliettini di Telemike. In Italia il mito del quiz ha un nome e un cognome, Mike Bongiorno, e con lui la storia si ribalta: qui non bara la produzione, bara il concorrente, e il banco lo smaschera in diretta. Il 3 maggio 1990, a “Telemike”, la concorrente Maura Livoli viene sorpresa mentre armeggia con dei fogliettini di appunti durante una domanda su Guglielmo Marconi. Mike ferma tutto, la accusa apertamente di truffa davanti al pubblico e la squalifica sul posto, confermando il campione in carica. Fu uno dei momenti più imbarazzanti e commentati della TV italiana di quegli anni. È il nostro contributo al genere: non lo scandalo degli autori, ma il presentatore che fa la guardia e sbugiarda il baro in mondovisione.
IL CASO SCANDALO DI TWENTY-ONE
Cinque. Il gelataio che batté il computer. Non tutti gli “imbrogli” sono imbrogli. Nel 1984, al quiz americano “Press Your Luck”, si presenta Michael Larson, un gelataio disoccupato dell’Ohio. Larson aveva passato settimane a studiare col videoregistratore il grande tabellone luminoso che si fermava “a caso”, e aveva scoperto che quel caso non esisteva: la plancia seguiva soltanto cinque schemi fissi e ripetuti. In studio li azzeccò uno dopo l’altro, decine di giri senza mai finire sulla casella che azzerava tutto, e portò a casa 110.237 dollari, record assoluto per l’epoca. La CBS provò a non pagarlo, poi dovette arrendersi: non aveva infranto nessuna regola. Come ammise un dirigente, “non aveva barato, era solo più furbo di noi”. Dopo di lui il programma fu costretto ad aggiungere ventisette nuovi schemi e un tetto alle vincite.
E il finale, che è una resa. A furia di scandali, nella testa dello spettatore è successa una cosa definitiva: non ci fidiamo più. Lo dice meglio di ogni inchiesta un film, “The Millionaire” (“Slumdog Millionaire”, 2008, otto premi Oscar): un ragazzo poverissimo delle baraccopoli di Mumbai vince alla versione indiana di “Chi vuol essere milionario” e viene subito arrestato e torturato, perché è ovvio — come può un ragazzo senza istruzione sapere tutte quelle risposte? Deve aver barato per forza. È la prova che il sospetto ha vinto: oggi diamo per scontato che chi vince un quiz l’abbia fregato in qualche modo. Il genere che prometteva “vince chi sa” ci ha convinti, dopo settant’anni di trucchi, che chi sa troppo è soltanto un imbroglione più bravo degli altri.