QUATTORDICI ANNI E GIÀ UN «ECOSISTEMA GENERAZIONALE»: BENVENUTE, «FOURTEEN»? STAREMO A VEDERE

Warner Music Italy e Rai lanciano il primo girl group K-Pop italo-europeo con un brano d’esordio

Viola, Deegee, Cahaya e Sofy: quattro ragazze tra i 13 e i 15 anni, selezionate tra oltre 5.000 candidate dopo audition a Napoli, Milano e Roma. Si chiamano Fourteen, e sono il primo girl group K-Pop di matrice italo-europea, nato da una joint venture tra Warner Music Italy e Rai.

DAL PROVINO AL DEBUTTO MUSICALE

Il progetto ha ambizioni transmediali dichiarate: musica, serie televisiva, presenza digital e community social dovranno convivere in un unico universo narrativo. Le ragazze saranno protagoniste di una serie originale destinata a V/BE, il nuovo canale Rai Kids rivolto al pubblico adolescente, previsto per il 2027.

Il brano d’esordio si intitola «One More Kiss» ed è già disponibile, accompagnato da un performance video — formato tipico del K-Pop — che mette al centro la coreografia del gruppo, firmata da Mauro Marchese. La direzione artistica è affidata a Paolo Meneguzzi. Il video di performance affianca il videoclip ufficiale già uscito e ha la funzione esplicita di coinvolgere il pubblico, invitandolo a replicare i passi della coreografia.

UNA SERIE RAI PER IL 2027

Dietro la produzione musicale ci sono gli svedesi Andreas Carlsson ed Erik Lidbom, autori e producer con esperienza consolidata nel pop internazionale e nel K-Pop, già vincitori di Grammy Awards. I due stanno lavorando anche ai brani che faranno parte della colonna sonora della serie televisiva.

Il nome del gruppo non è casuale: le quattro componenti hanno un’età media esatta di 14 anni, cifra che diventa manifesto generazionale e punto di partenza narrativo. Viola Scalzo viene da Biella, Sofia Di Giamberardino e Sofia Peleggi da Roma, Cahaya — 14 anni, origini svedesi e indonesiane — da Barcellona. Il progetto è sviluppato da Joy Production e Fourteen Group.

Italia scopre il K-Pop, vent’anni dopo

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel fatto che l’Italia, paese che ha impiegato vent’anni a capire cosa fosse il grunge, si lanci ora a capofitto nel K-Pop con la stessa disinvoltura con cui negli anni Novanta produceva eurobeat destinato esclusivamente al mercato giapponese. Il cerchio si chiude, e si chiude con quattro adolescenti e un «ecosistema generazionale». Vale la pena ricordare che Andreas Carlsson, uno dei produttori coinvolti, è lo stesso uomo che scrisse «Bye Bye Bye» per gli *NSYNC nel 2000, il che significa che l’arco narrativo della sua carriera va da Justin Timberlake con la permanente ai capelli a quattro ragazzine italiane con la coreografia da imparare su TikTok — e tutto sommato è un arco degno di un romanzo di formazione. Il riferimento a *KPop Demon Hunters* e ai suoi 600 milioni di visualizzazioni serve a legittimare il genere, come se citare un blockbuster Sony Pictures Animation fosse sufficiente a evocare decenni di cultura idol coreana, di training system, di fandoms costruite con una precisione ingegneristica che la Rai, con rispetto parlando, non ha ancora del tutto sperimentato nemmeno per Sanremo. Ma forse è proprio questo il bello: l’innocenza produttiva italiana, quella che trasforma il pressapochismo in stile, ha già generato mostri meravigliosi. Incrociamo le dita — e i passi di danza.

— Showblitz

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