di Viviana Viviani
Dalle età di Caparezza a Battiato sull’ellittica di Carmen Consoli. Da Scanzi che si autocelebra al grande monologo di Neri Marcorè. Ecco che cosa Viviana Viviani ha scelto per noi. Con una galleria di foto da backstage.
Un’edizione intitolata “Dio è morto”, orfana di Guccini, Riondino e Sergio Sacchi, che però ha saputo ridere, commuoversi e perfino litigare con le macchine. Dalle conferenze stampa alla Pigna, passando per le tre serate all’Ariston, ecco i dieci momenti più curiosi del Premio Tenco 2026.
1. Caparezza, il vecchio più giovane di tutti
Caparezza porta sul palco alcuni brani del nuovo album Orbit Orbit, ambientato nello spazio, con una scenografia in cartapesta che rinuncia a ogni effetto digitale. Poi fa portare una panchina da giardinetti e canta “Come la musica elettronica”, in cui si definisce “vecchio”. Eppure resta il più innovativo della rassegna, giovani dell’“Opera prima” compresi: tutti apprezzabili, ma per lo più legati alla tradizione. Come diceva Picasso, ci vuole molto tempo per diventare giovani: attenderemo la loro evoluzione.
2. Battiato, le crocs e l’ellittica di Carmen Consoli
In conferenza stampa Carmen Consoli ha raccontato di quando Battiato, suo vicino di casa, si presentò a pranzo con un completino di lino bianco, «con le crocs arancioni e il calzino assai più peculiare delle crocs, perché era tipo fucsia». Incuriosito dalla palestra di casa, volle vedere l’ellittica: «Lo portai nella mia palestrina, non scese più dall’ellittica. Non so quante calorie consumò, tipo 1500 calorie, non scendeva più, gli piaceva da morire questa corsa in aria».
3. Anastasio contro il Dio elettrico
Venerdì all’Ariston Anastasio apre con “Madre elettrica”, il brano in cui nasce la divinità digitale del suo ultimo album, Le macchine non possono pregare, un concept molto critico verso la tecnologia. Il Dio elettrico non gradisce e fa saltare la base. Si riparte, e salta di nuovo: più che un guasto, una rappresaglia. Al terzo tentativo Anastasio arriva in fondo. Viene in mente quella puntata memorabile di Dr. House in cui Chase segna alla lavagna i punti della sfida tra House e Dio, scienza e fede: finisce 3 a 3. Qui va più o meno allo stesso modo. Per la vittoria piena dell’uomo forse bisognava staccare tutto e cantarla a cappella.
4. Scanzi, fedele al proprio meme
Il Premio Tenco all’operatore culturale per Andrea Scanzi ha fatto discutere: per i critici, Morgan in testa, un giornalista noto soprattutto per la politica non avrebbe titoli in fatto di canzone d’autore. Lui ha rivendicato vent’anni di spettacoli su Gaber, Graziani e Battiato. Poi, in conferenza stampa: «Ho un grande rimpianto che riguarda un mio amico: per scaramanzia non gli ho detto, guarda, ho vinto il Tenco, festeggiamolo insieme, perché aspettavo l’ufficialità. Ho aspettato troppo, perché nel frattempo Francesco Guccini se n’è andato». Difficile non pensare alla satira che lo accompagna sui social: il defunto come cornice per parlare di sé, Guccini sullo sfondo e il premio in primo piano. Ma chi non ha mai rimandato troppo una telefonata? Prima o poi ognuno diventa il meme di se stesso. Scanzi, da buon professionista, ci è arrivato in anticipo, e con tanto di premio.
5. Francamente, anzi Franca mente
Tra le voci più promettenti c’è Francesca Siano, in arte Francamente, finalista alla Targa all’Opera prima con Sara Gioielli, Santamarea e Satantango. Ex studentessa di filosofia innamorata della contraddizione, ha spiegato così il nome d’arte: «Mi piaceva il fatto che con il termine “francamente” si inviti a dire il vero, ma siccome tutti mi chiamano Franca, se Franca diventa soggetto si sta dicendo nello stesso istante che Franca sta mentendo». Contro una società che spinge alla fissità, dice, «noi siamo fatti come il tempo, e quindi siamo cambiamento».
6. Marcorè, Gaber e la zattera monoposto
Tra le cose migliori della prima serata, il monologo di Neri Marcorè su “Sogno in due tempi” di Gaber e Luporini. Un uomo è solo su una zattera monoposto, con pesce, acqua e un bastone per remo. Un naufrago nuota verso di lui, e il protagonista, che ha sempre difeso accoglienza e fratellanza, oscilla fra il dentice da offrirgli e il bastone da dargli in testa. Si sveglia prima di scegliere. Si riaddormenta, e il sogno si ribalta: il naufrago adesso è lui, e arrivato sotto la zattera si prende una gran legnata sui denti. Marcorè passa senza strappi dal comico all’inquietante, e il finale lascia l’Ariston in silenzio. La morale non è che chi chiede aiuto rischia la legnata, ma che “aiutare” è una parola piena di insidie, spesso fatta di falsa coscienza e voglia di esibirsi. Un testo di trent’anni fa che sembra scritto stamattina, e che non fa sconti a nessuno, nemmeno al pubblico in sala.
7. Hendel e Riondino, il cazzeggio come forma d’amicizia
Al Tenco di quest’anno, segnato da tante assenze, uno dei momenti più belli non è andato in scena all’Ariston. È successo sabato 24 ottobre alle 18, nell’ex chiesa di Santa Brigida, alla Pigna, in uno spettacolo dedicato a David Riondino. Sul palco c’erano la sorella Chiara e Paolo Hendel, amico di una vita. Niente retorica: Hendel ha scelto di raccontare quello che Riondino era per lui, cioè «il cazzeggio quotidiano». Anni di messaggi surreali, letti la sera tornando a casa. Durante il Covid, per esempio, Riondino gli teorizzava che il vero pericolo fosse respirare, e che la soluzione migliore fosse smettere del tutto ed evitare chiunque, salvo quelli che non respirano. Un gioco che non si è fermato nemmeno davanti alla malattia. Quando Riondino gli scrisse che con la nuova chemio sarebbe diventato pelato come lui, e che per giunta era stitico, Hendel si disse felice della calvizie e dispiaciuto per la stitichezza, anzi in colpa, visto che lui riusciva a cacare anche due o tre volte al giorno. Riondino chiuse così: «Non avevo dubbi sulla tua generosità, Paolo. Come è noto, l’intestino è il secondo cervello, il che fa di te in un certo senso un genio».
«Lette queste meraviglie» ha concluso Hendel «me ne andavo a dormire più sereno. Era più facile la vita con Davide».
8. Cortesie tra rapper
Il rap è il genere del dissing, ma la conferenza stampa dell’ultima giornata ha offerto due rapper che si scambiano complimenti, con Guccini a fare da garante. Frankie hi-nrg mc, Premio Tenco alla carriera, ha ricordato la sua prima volta in rassegna, nel 1997: si rivolse a Guccini come a un maestro e quello gli disse che il rap gli faceva schifo, salvo poi cambiare idea.
Fabri Fibra, al debutto assoluto a Sanremo, ha raccolto l’assist: Frankie ha portato a Sanremo il rap e i rapper, «quindi anche me», ed è «il Francesco Guccini del rap». Poi la stoccata, con un sorriso: nel ’96 gli mandò il suo demo, «e tu non te lo sei cagato». La sera all’Ariston hanno cantato insieme “Autodafé”, nella nuova versione per cui Frankie ha voluto proprio Fibra. Bella bro!
9. Max Manfredi, il re dimenticato
Il Premio Tenco alla carriera a Max Manfredi, genovese classe ’56, è forse il più giusto e il più tardivo. Targa Tenco nel 2008 con “Luna persa”, è tornato all’Ariston con quattro brani, e per molti in sala è stata una scoperta. Eppure De André, che nel 1994 volle cantare con lui “La fiera della Maddalena”, lo definì «il più bravo di tutti».
“Il regno delle fate” è un racconto per immagini: una giornata sul passante di Milano tra Lambrate e Rogoredo, due surfisti grunge, smog, targhe alterne, un re già ghigliottinato dalla noia. Niente ritornello da canticchiare, tutto nella scrittura. Perché allora resta in una nicchia? Il talento non basta: contano le occasioni, il carattere, la fortuna. Spesso la differenza tra un classico e un culto è soltanto un treno preso o perso. Il Tenco serve anche a fermare il treno ogni tanto e a far salire chi era rimasto alla fermata.
10. L’Avvelenata, due volte
In un Tenco orfano di Guccini, la canzone più evocata è stata la sua più rabbiosa. Venerdì Paola Turci l’ha cantata nel suo omaggio al Maestrone, sabato è toccato a Fabri Fibra, che l’aveva già incisa in un suo album. Due volte in due sere, proprio la canzone contro i critici, al festival le cui Targhe sono votate da 245 critici. Chissà come l’avrebbe commentata lui, magari con un bicchiere in mano.



















