di Viviana Viviani
Non c’è solo Taffo che ride della morte. Talvolta lo facciamo anche noi, come succede nel caso del parroco in Ecuador al quale è caduta una croce in testa ed è morto durante una diretta on line. La foto è diventata subito virale. Dobbiamo sentirci colpevoli oppure auto-assolverci?
C’è un fotogramma che da due giorni gira sui social. Si vedono un altare e un sacerdote con la stola verde, chino sul leggio. Sopra di lui un crocifisso di legno è inclinato a mezz’aria, sfocato dal movimento. Sullo sfondo un Cristo dipinto apre le braccia, quasi ad accogliere qualcuno.
LA CROCE CHE HA UCCISO IL PARROCO
Una parte dei commentatori fa battute, qualcuno scrive, “il colpo di Cristo”, qualcun altro cita Final destination. In poche ore la foto diventa quasi un meme. Ma la notizia parla chiaro, il parroco è morto, e per molti chi ride è un mostro.
Il sacerdote si chiamava Patricio Alfredo Sánchez Molinari, aveva 53 anni ed era parroco in una chiesa di Guayaquil, in Ecuador.
Sabato 17 ottobre stava celebrando la Messa, trasmessa in diretta su Facebook. La croce fissata alla parete dietro l’altare si è staccata e lo ha colpito alla testa, uccidendolo.
IL MEME VIRALE DI GUAYAQUIL
Raccontate così, queste informazioni non fanno ridere nessuno. L’immagine invece sì. Perchè?
La risposta l’aveva data Luigi Pirandello nel 1908, in un saggio che a scuola si studia in fretta: L’umorismo. Il suo esempio è famoso. C’è una vecchia signora con i capelli tinti, truccata in modo goffo e vestita da ragazza, e viene da ridere. Ridiamo perché vediamo in lei il contrario di ciò che una signora anziana “dovrebbe” essere. Per Pirandello il comico è proprio questo, un “avvertimento del contrario”.
Poi però interviene la riflessione. Forse quella donna non si trucca per vanità. Forse lo fa per trattenere l’amore di un marito più giovane, e ne soffre. A quel punto, scrive Pirandello, non si riesce più a ridere come prima. Dall’avvertimento si passa al “sentimento del contrario”, e lì comincia l’umorismo vero: quello che fa comprendere qualcosa in più dell’animo umano.
Proviamo ad applicarlo al fotogramma di Guayaquil. Il crocifisso è il simbolo della passione e della salvezza. Vederlo piombare addosso al suo ministro, nel pieno del rito, è il contrario perfetto di ciò che dovrebbe accadere. Il cervello registra il cortocircuito prima ancora di capire che cosa sta guardando. E ride.
CHI RIDE È DAVVERO UN MOSTRO
Pochi anni prima di Pirandello, Henri Bergson, nel saggio Il riso, del 1900, sosteneva che per ridere serve una momentanea anestesia del cuore. Per un istante bisogna smettere di provare emozione per chi abbiamo davanti, perché il comico parla all’intelligenza e non alla compassione.
I social sono una macchina perfetta per produrre questa anestesia. Il fatto è lontano e la persona è sconosciuta. L’immagine è ferma e quasi composta, come una vignetta. Manca tutto ciò che renderebbe la scena umana: il nome, la voce, le grida dei fedeli. Resta solo il paradosso, pronto per essere condiviso.
E poi c’è la paura. Ridere della morte, soprattutto di una morte assurda e improvvisa, è da sempre un modo per tenerla a distanza. Se una croce può cadere durante una Messa, può succedere qualsiasi cosa, a chiunque. È la fatalità totale. La battuta serve a non pensarci, almeno per un momento.
PIRANDELLO SPIEGA IL NOSTRO RISO
Per questo no, chi ha riso d’istinto davanti a quella foto non è un mostro.
Si può sorridere dell’assurdo e, un attimo dopo, sentirne il peso. Sui social, però, i due istanti non si susseguono: si scontrano. Da una parte c’è chi ride, dall’altra chi si indigna per quella risata. Forse sono la stessa persona, in due momenti diversi, ma i social annullano quella distanza, nel loro infinito scorrere, nel loro eterno presente.