Dracula e lo zombie sono un costume che ci togliamo a mezzanotte. Il mostro che mandiamo davvero in loop tutto l’anno ha un nome, una vittima e un processo — e Netflix lo vende con quel titolo lì: “Monster”. Appunti sul giorno in cui il true crime ha sfrattato l’horror.
Stanotte mezza Italia uscirà travestita da vampiro, strega, scheletro o pagliaccio assassino. Mostri rassicuranti, perché inventati: alla maschera di gomma crediamo per un paio d’ore, poi la posiamo sul divano e andiamo a dormire. Il problema è cosa guardiamo dopo, quando quella maschera l’abbiamo tolta. Perché il mostro che ci spaventa sul serio, quello che mandiamo in loop dodici mesi l’anno, non è uscito dalla fantasia di nessuno: ha un nome vero, un indirizzo vero, una vittima vera. E lo chiamiamo intrattenimento.
DAHMER E IL MILIARDO DI ORE
Non è nemmeno una metafora: è proprio il titolo. Dal 2022 Ryan Murphy ha costruito su Netflix un franchise che si chiama letteralmente “Monster”. Prima Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee: secondo Netflix una delle serie in lingua inglese più viste di sempre sulla piattaforma, oltre un miliardo di ore guardate. Poi i fratelli Menendez nel 2024, poi Ed Gein nel 2025, e questo autunno Lizzie Borden. Quattro stagioni, un marchio solo: Mostro. Non il mostro della palude, non la creatura di Frankenstein. Persone esistite, che hanno ucciso persone esistite.
E non è roba solo americana. La nostra serie true crime più chiacchierata dell’ultimo anno, firmata da Stefano Sollima e passata da Venezia, è andata a scavare nel caso più nero della cronaca italiana: il Mostro di Firenze. Titolo, manco a dirlo, “Il Mostro”. Anche da noi, quando vogliamo il brivido vero, non inventiamo niente: apriamo il fascicolo.
Ed è qui la cosa che dovrebbe darci da pensare, altro che zucche e lenzuola. L’horror — il genere che per un secolo ci ha venduto la paura come un gioco, col patto onesto del “lo sappiamo tutti che è finto” — è stato sfrattato. Al suo posto abbiamo messo il delitto vero, impacchettato come una serie da maratona del sabato sera: con la sigla, il cliffhanger, la seconda stagione. Guardiamo la ricostruzione di un massacro realmente accaduto con la stessa postura con cui si guarda una sitcom, telefono in mano e ciotola di popcorn in grembo.
RYAN MURPHY VENDE IL MALE
La parte più spiazzante è che lo facciamo pure storcendo il naso. La critica ha stroncato quel franchise stagione dopo stagione — i giudizi sono scivolati dal cauto 57 per cento della prima al 17 della terza — e il pubblico, imperterrito, l’ha guardato sempre di più, spedendo ogni nuovo capitolo dritto in cima alle classifiche mondiali. È il meccanismo dell’incidente in autostrada: sappiamo benissimo che non si dovrebbe rallentare a guardare, e rallentiamo tutti. Intanto, puntualmente, le famiglie delle vittime vere protestano: a loro il mostro non si spegne col telecomando, ci convivono e basta.
Non è un appello a spegnere la TV: raccontare il male è un mestiere antico e legittimo, e certe di queste serie lo fanno anche bene. È un’osservazione sullo specchio. A Halloween ci piace spaventarci con mostri che non esistono, perché è un brivido con la data di scadenza. Ma la nostra vera dieta di paura, in questi anni, è fatta di mostri che sono esistiti davvero, serviti come comfort food. Il mostro finto è un costume: a mezzanotte te lo togli. Quello vero te lo sei abbonato.