I GRANDI NOMI DELLA MUSICA DIETRO LE SIGLE DEI CARTONI ANIMATI

Mentre l’Italia riscopre i cartoni della sua infanzia — Occhi di Gatto diventato serie con attori in carne e ossa, il ritorno di Lady Oscar, Hello Spank al cinema, Goldrake che rispunta — vale la pena rimettere su le sigle e ascoltarle da adulti. Perché quelle “canzoncine per bambini” le incidevano alcuni dei musicisti più seri del Paese, quasi sempre nascosti dietro nomi finti. E su una di esse è nata la leggenda più dura a morire della nostra musica.

Il 2026 è l’anno dell’operazione nostalgia. Occhi di Gatto è tornato in versione live-action su Rai 2 (dal 17 settembre, anche su Prime Video), spostando le tre sorelle ladre da Tokyo a Parigi; Lady Oscar ha festeggiato i cinquant’anni del manga con un nuovo film d’animazione approdato su Netflix; Hello Spank è passato al cinema a febbraio; e persino Goldrake è stato rianimato in una nuova serie. Riguardiamo i cartoni con gli occhi dei nostri figli. Ma se chiudiamo gli occhi e riascoltiamo le sigle, scopriamo una cosa che da piccoli non potevamo sapere: dietro quei ritornelli non c’erano dilettanti in cerca di una paghetta, c’erano fuoriclasse veri che si mascheravano da gruppetto per ragazzini.

LA NOSTALGIA DEL 2026 IN TV

Prendete Goldrake. La sigla “Ufo Robot” del 1978 è firmata da un gruppo che si chiamava Actarus. Peccato che gli Actarus non siano mai esistiti come band: era un collettivo di studio diretto dal maestro Vince Tempera, uno dei pilastri dell’arrangiamento pop italiano. Al basso c’era Ares Tavolazzi, che poco prima aveva militato negli Area, la formazione prog-jazz più radicale e colta d’Italia, quella di Demetrio Stratos. Alla batteria Ellade Bandini, alla chitarra Massimo Luca: due session men che in quegli anni suonavano nei dischi di Dalla, Battisti, Guccini. E tra i coristi, ancora ragazzino, c’era un certo Fabio Concato, quello che di lì a poco avrebbe scritto “Fiore di maggio” e “Domenica bestiale”. Il testo lo mise in fila Luigi Albertelli. Insomma: la canzone del robottone che tutti canticchiamo era un piccolo capolavoro di mestiere suonato da gente da prima pagina.

Non è un caso isolato. La sigla “Galaxy” di Galaxy Express 999, del 1982, porta la firma degli Oliver Onions: dietro quel nome anglosassone da esportazione ci sono i fratelli Guido e Maurizio De Angelis, cioè gli autori delle colonne sonore di Bud Spencer e Terence Hill, da “Dune buggy” in giù. Gli stessi che facevano ballare mezzo mondo con le scazzottate di Trinità, di notte incidevano l’inno del treno spaziale.

C’è chi al mondo delle sigle è arrivato da divo affermato. Nico Fidenco era stato una star da juke-box: la sua “Legata a un granello di sabbia”, del 1961, viene spesso indicata come il primo grande tormentone estivo della canzone italiana. Eppure negli anni Settanta e Ottanta quel crooner elegante si è ritrovato a prestare la voce a Bem il diavoletto, a Cyborg 009, a Sam il ragazzo del West. È morto nel 2022, a 89 anni, e in tanti hanno scoperto solo allora che l’uomo delle spiagge assolate era anche la voce di mezza infanzia italiana.

MAESTRI NASCOSTI DIETRO NOMI FALSI

Poi c’è chi le sigle le teneva insieme dietro le quinte. Detto Mariano non era un signor nessuno: era l’arrangiatore dei dischi di Adriano Celentano e Lucio Battisti, una colonna del Clan. E fu lui a mettere le mani sulla sigla di Jeeg Robot d’acciaio. Il che ci porta alla leggenda.

Perché su Jeeg è cresciuta la bufala più tenace della musica italiana: “quella sigla la cantava Piero Pelù”. Falso. A cantarla, nel 1979, fu Roberto Fogu, in arte Fogus (lo stesso di Ryu il ragazzo delle caverne), con l’arrangiamento di Detto Mariano. Pelù lo ha sempre negato: interrogato in radio nel 1997 rispose che in tanti anni di carriera aveva fatto molte cose ma mai una sigla di cartoni, e del resto nel 1979 era un diciassettenne ancora sui banchi del liceo. Ma la diceria era così incrollabile che nel 2008 il leone dei Litfiba si è arreso e ha inciso davvero la sua versione di Jeeg Robot. Il finale perfetto: la bufala che, a furia di essere ripetuta, è diventata realtà. Morale della favola: la prossima volta che liquidate una sigla di cartoni come robetta per bambini, ricordatevi che a suonarla, spesso, c’era un fuoriclasse che non poteva nemmeno mettere il suo nome sulla copertina.

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