di Franco Bagnasco
Un giornalista di spettacolo in Italia mediamente riceve solo il 25-30% di fotografie in casella postale identificate con un nome del file riconoscibile. Il resto è un rompicapo.
Caro amico/a addetto/a stampa, che mi leggi. Io ti voglio bene perché so che anche tu tiri la carretta, come tutti. Di questi tempi soprattutto. Quindi un po’ ti capisco e ti perdono, ma quando alleghi foto ai tanti comunicati stampa con i quali mi ingolfi la casella, a quelle fotine lì tu devi dare un nome. Glielo devi dare. Ed è uno schema in realtà molto semplice da replicare:
NOME + COGNOME del personaggio (finita lì, tutti contenti)
Invece di norma arrivano uno o più files che si chiamano, nell’ordine:
Ebbene raramente, molto raramente caro/a addetto/a stampa, tu metti quei pochi nomini essenziali giusti. Se nella foto c’è Noemi, io magari la riconosco anche. Ma potrebbe essere un perfetto sconosciuto. In ogni caso tu devi comunque scrivere Noemi o Pinco Pallo prima di mettere il nome del fotografo, l’approvazione, il valore della tua bilirubina, e qualsiasi altra cosa sicuramente interessante ma non funzionale al lavoro che sto (che stiamo) facendo. Non so se sia pigrizia amico/a mio/a, non se se sia sbadataggine, non so se ti paghino troppo poco per fare uno sforzo nel segno della chiarezza. Ma ti assicuro che non più del 25-30% delle email che mi arrivano hanno l’allegato con un nome del file comprensibile. E i files, te lo giuro, si possono rinominare. Non c’è nessuna violazione di legge nel farlo.
Franco