«FOMO» • TOH, C’E’ PERSINO UNA (DOCU) SERIE TV POPOLATA SOLO DA RAGAZZI “NORMALI”

di Viviana Viviani

Dimenticate gli eccessi di “Euphoria”, ormai serie cult per antonomasia. Ci ha incuriosito questo prodotto esclusivo di Rai Play che racconta con semplicità la “paura di perdersi qualcosa” degli alunni di un liceo romano

Fomo, la docuserie di RaiPlay, segue una quinta del liceo linguistico Vittoria Colonna di Roma dal primo giorno di scuola dell’ultimo anno all’esame di Stato. I dodici episodi, a metà tra documentario e teen drama, con una punta di reality, sono scritti e diretti da Pietro Daviddi e David Gallerano. Non ci sono attori né copioni. E il ritratto che ne esce va controcorrente.

LONTANI DAGLI ECCESSI DI EUPHORIA

Oggi l’adolescenza arriva sullo schermo quasi solo come emergenza: risse, coltellate, divieti, dipendenze, disagio sociale. I ragazzi del Vittoria Colonna non sono ricchi, né vivono nel degrado: si potrebbero definire “normali”, con tutto il dibattito che questo termine si porta dietro. Proprio per questo smentiscono una narrazione che sta spacciando sempre di più le eccezioni per la regola.

Raccontano gli attacchi di panico, le sedute dallo psicanalista, il peso dei follower. Si prendono in giro, si lasciano, si ritrovano, vanno alle feste dei diciottesimi, vivono amori, amicizie e delusioni. Temono di restare esclusi da ciò che vivono gli altri: è la “Fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa, da cui la serie prende il titolo.

Gli adulti stanno sullo sfondo. I genitori compaiono poco, ma quando ci sono il rapporto è alla pari: si discute, anche duramente, ma senza gerarchie.

UN ANNO ALL'ESAME DI STATO

Chi guarda la serie con occhi adulti noterà subito il vocabolario. I ragazzi descrivono se stessi e gli altri con le parole della terapia: narcisismo, relazioni tossiche, fragilità, attaccamento. Smontano i legami per capirli, non per romperli.

Qualcuno ci vedrà una mancanza: poco conflitto, poca voglia di ribaltare le cose, poco sguardo sul futuro. La politica in effetti quasi non c’è, l’unico riferimento all’attualità è un appello per Gaza sullo schermo di un telefono.

LA PAURA DI RESTARE ESCLUSI

Quella lettura però si può rovesciare. Chiedere a un diciottenne di avere già una posizione netta sul mondo significa spesso chiedergli di ripetere quella di qualcun altro: dei genitori, del gruppo, dell’algoritmo. I ragazzi di Fomo fanno una cosa più difficile e più rara. Prima di dire agli altri come devono vivere, provano a capire come vivono loro. Danno un nome a ciò che provano, ammettono le proprie fragilità e ascoltano prima di giudicare. È il contrario dell’indifferenza: è la premessa di qualunque impegno che non sia solo rumore.

Il sospetto, semmai, va rivolto altrove. Agli adulti che rimproverano ai ragazzi di non stare sulle barricate, ma che sulle barricate hanno smesso di salire da un pezzo. A chi vorrebbe vederli combattere le battaglie che la propria generazione ha perso, o forse non ha mai davvero combattuto. Questi ragazzi non hanno nessun debito da saldare. Hanno davanti un esame di Stato, e un’età in cui imparare a conoscersi non è una fuga dal mondo, ma il primo modo serio di starci dentro.

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