EUROVISION 2026: SAL DA VINCI FAVORITO, TRA PROTESTE GEOPOLITICHE

La capitale austriaca ospita il contest più seguito d’Europa il 16 maggio, ma il boicottaggio di cinque Paesi e le tensioni politiche minacciano di trasformare la festa della musica in uno scontro globale

Vienna si prepara a trasformarsi nel cuore pulsante della musica europea per tre settimane. La settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest farà ritorno alla Wiener Stadthalle, terza volta dopo gli appuntamenti del 1967 e del 2015, con una cornice di quasi 95 mila spettatori provenienti da 75 nazioni diverse.

Le semifinali sono fissate per il 12 e 14 maggio alle 21, mentre la finalissima andrà in scena il 16 maggio. In Italia la copertura televisiva sarà affidata a Rai 1 e Rai 2, con la telecronaca di Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, mentre il palco sarà condotto dalla austriaca Victoria Swarovski e da Michael Ostrowski.

Sul fronte competitivo, l’attenzione principale rimane concentrata sulla rappresentanza italiana. Sal Da Vinci, fresco vincitore del Festival di Sanremo con «Per sempre sì», arriva a Vienna da vero candidato alla vittoria. Il brano ha già accumulato oltre 24 milioni di stream globali su Spotify, il maggior numero tra tutti i contributi in gara, trasformando il cantante napoletano da outsider iniziale a uno dei favoriti principali secondo le valutazioni dei bookmaker.

Il nostro Paese ha mantenuto una striscia impressionante di piazzamenti nelle prime dieci posizioni per otto edizioni consecutive, e questa nuova partecipazione potrebbe prolungare ulteriormente il trend positivo. Accanto all’Italia, gli altri Big 4 garantiti alla finale sono Francia, Germania e Regno Unito, insieme all’Austria con COSMÓ e il brano «Tanzschein».

Nonostante il talento italiano, i pronostici dei bookmaker indicano come favorita assoluta la Finlandia con Linda Lampelius e Pete Parkkonen, che propongono «Liekinheitin», una performance già diventata virale nei circuiti europei pre-evento, con probabilità di vittoria stimate oltre il 30%. Seguono a breve distanza la Francia di Monroe e la Danimarca di Søren Torpegaard, mentre la Grecia con Akylas è considerata una scelta credibile dagli analisti del contest.

Edizione sarà quella con il minor numero di partecipanti degli ultimi anni: soltanto 35 Paesi parteciperanno alla competizione. La riduzione è principalmente dovuta al boicottaggio politico: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda si sono ritirati ufficialmente in segno di protesta contro la partecipazione di Israele, rappresentato da Noam Bettan. L’assenza della Spagna riveste particolare significato, poiché la nazione manca dall’Eurovision da decenni.

La mobilitazione non si è limitata ai governi. Oltre mille artisti internazionali, tra cui Roger Waters, Massive Attack, Brian Eno e Peter Gabriel, hanno sottoscritto una lettera aperta sotto il titolo «No Music for Genocide», chiedendo esplicitamente il boicottaggio dell’evento. L’European Broadcasting Union ha risposto introducendo modifiche regolamentari: il ritorno alle giurie nelle semifinali e una riduzione del peso del televoto nelle semifinali medesime. Queste decisioni hanno però generato ulteriori polemiche, con Israele che potrebbe interpretarle come tentativi di limitare il sostegno popolare ottenuto nelle ultime competizioni proprio grazie alla votazione del pubblico.

Se l’Eurovision fosse un paradosso aristocratico, Vienna 2026 ne sarebbe l’incarnazione perfetta: un concorso di bellezza musicale che farebbe invidia ai pageant di Miss Universe, ma oggi costretto a misurarsi con le stesse fratture geopolitiche che dividono l’Onu. Il festival, nato nel 1956 con l’ingenua speranza di unire l’Europa attraverso la canzone, si ritrova ora a galleggiare in un oceano di contraddizioni. Da una parte abbiamo Sal Da Vinci che potrebbe vincere grazie a Spotify (il voto dei teenager in pigiama, insomma); dall’altra, musicisti leggendari che firmano appelli per il boicottaggio, trasformando il palco viennese in un campo di battaglia simbolico. L’EBU, nel tentativo di mediare l’impossibile, ha creato un sistema di voto talmente contorto che farebbe invidia ai bizantini: giurie qui, televoto là, in proporzioni calcolate con la precisione di un accordo commerciale Ue. Il risultato? Una competizione dove la migliore canzone dovrà sconfiggere non solo la Finlandia esplosiva, ma anche la propria esistenza ontologica.

— Showblitz

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