Un film è costato 150 milioni di dollari e ne ha incassati poco più di 700mila in tutto il mondo: è il disastro più grande della storia del cinema. Il problema non è che ha perso tutto. È che non se n’è accorto nessuno
Si chiama “Desert Warrior”, lo ha diretto Rupert Wyatt, ci recitano gente come Anthony Mackie, Ben Kingsley e Sharlto Copley. È un kolossal d’azione ambientato nel deserto arabo, uscito ad aprile di quest’anno. È costato 150 milioni di dollari. Ne ha incassati, nel mondo intero, poco più di settecentomila: qualche conto lo fa scendere addirittura sotto il mezzo milione. Vuol dire che ha recuperato circa lo 0,5 per cento di quello che è costato. Messo in numeri secchi, è il flop più clamoroso che il cinema abbia mai prodotto.
SETTECENTO MILA DOLLARI IN TUTTO
E qui viene la parte interessante. Perché voi, fino a tre righe fa, non sapevate che esistesse. Nessuno lo sapeva. Un film da 150 milioni è passato in sala e ne è uscito senza lasciare un graffio: nessuna polemica, nessuno sfottò, nessun titolo di giornale, nessun meme. È evaporato. E questa, non i soldi bruciati, è la vera notizia.
Perché una volta il flop era un evento. Anzi, era quasi meglio del successo. “I cancelli del cielo” di Michael Cimino, nel 1980, fece talmente male alla United Artists da spingere uno degli studi più gloriosi di Hollywood a farsi vendere: un intero pezzo di storia del cinema affondato da un solo film, e proprio per questo entrato nella leggenda. “Cutthroat Island”, la pirata Geena Davis del 1995, è rimasto per anni nel Guinness dei primati come la più grande perdita al botteghino di sempre, un record di cui andare quasi fieri. “John Carter”, nel 2012, costrinse la Disney ad annunciare una svalutazione da 200 milioni di dollari e a far saltare la poltrona di un dirigente. Erano catastrofi, certo. Ma erano catastrofi famose. Diventavano racconto, barzelletta, oggetto di culto, materia per libri e documentari. Il pubblico non li aveva visti, ma sapeva tutto di loro.
IL FLOP INVISIBILE DI WYATT
“Desert Warrior” no. “Desert Warrior” ha fatto peggio di tutti quelli lì messi insieme, in proporzione, e non si è guadagnato nemmeno il diritto a essere una barzelletta. Non è entrato nella leggenda dei disastri: non è entrato da nessuna parte. Ed è qui che il caso diventa il ritratto perfetto di come funziona oggi l’industria dell’attenzione. Viviamo nell’epoca in cui tutto è “contenuto”, in cui una clip di quindici secondi fa il giro del pianeta e un litigio da niente diventa argomento nazionale per una settimana. E in questo frastuono un film gigantesco è riuscito nell’impresa opposta e più difficile: non essere niente. Non un capolavoro, non un fallimento memorabile. Niente.
C’è anche un motivo, e dice molto sul cinema di adesso. Buona parte di quei 150 milioni non era destinata a fare un bel film né a riempire le sale: era denaro dell’Arabia Saudita, investito per costruire da zero l’industria cinematografica del Paese, studi, maestranze, know-how. Il film, in un certo senso, era un effetto collaterale. Un pretesto. Che poi nessuno lo guardasse era quasi irrilevante fin dall’inizio, perché il vero prodotto non era la storia della principessa nel deserto: erano i capannoni, le competenze, la bandierina piantata nel mondo di Hollywood. Il pubblico, in un’operazione così, è un dettaglio facoltativo.
QUANDO I DISASTRI FACEVANO STORIA
Ecco perché “Desert Warrior” è più inquietante di “I cancelli del cielo”. Cimino aveva rovinato uno studio inseguendo il suo capolavoro folle, con un’ambizione smisurata e umanissima. Qui non c’è ambizione delusa, non c’è tracollo tragico: c’è un film nato già senza spettatori e progettato per non averne bisogno, che si è dissolto nell’indifferenza generale come se non fosse mai esistito. Il vecchio flop era una tragedia. Questo è qualcosa di più freddo: una non-esistenza da 150 milioni di dollari.
La morale, per chi fa questo mestiere, è quasi spietata. Nell’epoca in cui la cosa peggiore che ti possa capitare è essere ignorato, il cinema ha smesso perfino di saper fallire con stile. Una volta, per entrare nella storia, potevi anche fare il film più brutto e più costoso del secolo: bastava farlo in grande, e diventavi immortale. Oggi puoi bruciare una fortuna e ottenere, in cambio, il nulla assoluto. Che è la sola cosa che a Hollywood, da sempre, fa davvero paura.