Da “Michael” alla saga dei Beatles firmata Sam Mendes, il film sulla vita dei grandi della musica è diventato il genere più sicuro di Hollywood. Peccato che, sempre più spesso, a decidere cosa si può raccontare siano gli eredi. E un santino non è mai un ritratto
C’è un dettaglio, nel film su Michael Jackson uscito in primavera, che vale più di qualsiasi recensione. A pochi mesi dall’uscita la produzione ha richiamato il cast per tre settimane, spendendo tra i dieci e i quindici milioni di dollari in più, per rifare tutto il finale. Il motivo: era riemersa una clausola di un vecchio accordo legale che vieta di nominare o mettere in scena in un film il caso di Jordan Chandler, il ragazzino al centro delle accuse di abusi degli anni Novanta. Così il film, che doveva chiudersi nel 1993 proprio con quelle accuse, adesso si ferma con molta prudenza nel 1987, ai tempi del tour di “Bad”. Il problema è sparito nel modo più semplice: tagliandolo col bisturi del montaggio.
IL CASO DEL FINALE RISCRITTO
E chi ha pagato quelle riprese extra? La Jackson Estate, la società che amministra il patrimonio e i diritti del cantante, che di quel film è anche produttrice. È qui il punto, e non riguarda solo Jackson: quando chi possiede i diritti di una vita è anche chi decide come quella vita va raccontata al cinema, non stiamo più guardando una biografia. Stiamo guardando un’autorizzazione.
Non è un caso isolato, è un metodo. “Bohemian Rhapsody” aveva tra i produttori esecutivi Brian May e Roger Taylor, cioè metà dei Queen: e guarda caso il film spostò la scoperta della sieropositività di Freddie Mercury a poco prima del Live Aid del 1985 — nella realtà arrivò due anni dopo — per costruire il momento più commovente. Una bugia cronologica in cambio di una lacrima garantita. “Bob Marley: One Love” e “Back to Black” su Amy Winehouse sono nati con la benedizione, rispettivamente, della famiglia e del padre: e in entrambi i casi è piovuta l’accusa di aver ripulito gli spigoli, soprattutto quelli scomodi per chi la sceneggiatura l’ha benedetta. Persino “A Complete Unknown”, con Timothée Chalamet, è passato sotto lo sguardo di un Bob Dylan vivo e vigile, pronto a dare indicazioni.
E attenzione al pezzo grosso in arrivo: quattro film, uno per ogni Beatle, diretti da Sam Mendes, in sala nell’aprile 2028. Sono stati promessi con lo slogan “nothing off limits”, niente è off limits. Bello. Peccato che il progetto nasca con Apple Corps dentro, i diritti di vita dei protagonisti e, per la prima volta, tutta la musica dei Beatles concessa a un film. Tradotto: la band e gli eredi hanno in mano sia il rubinetto delle canzoni sia la narrazione. Di “off limits”, qualcosa ci sarà sempre.
QUANDO GLI EREDI CONTROLLANO LA STORIA
Perché tutto questo zelo? Perché il biopic musicale, oggi, è la pubblicità più costosa ed efficace mai inventata. “Bohemian Rhapsody” è il biopic musicale più incassante di sempre, quattro Oscar, e fece schizzare ascolti e vendite dei Queen: poco dopo il loro catalogo è stato ceduto alla Sony per oltre un miliardo di dollari. Non è un dettaglio. Bob Dylan aveva già venduto i diritti delle sue canzoni per diverse centinaia di milioni; Bruce Springsteen il suo intero catalogo per una cifra riportata intorno al mezzo miliardo. Un film da due ore è lo spot definitivo per un tesoro che adesso ha un proprietario e un prezzo di mercato. E un santino fa salire le quotazioni molto più di un ritratto onesto.
Sia chiaro: non sono tutti uguali. “Rocketman”, prodotto dallo stesso Elton John, ha avuto il coraggio di mostrare droga, sesso e cadute senza edulcorare niente — la differenza la fa chi tiene la penna e quanto è disposto a concedere. E un buon film può riaccendere l’amore per un artista in una generazione che non c’era. Ma quando la vita di una persona diventa un prodotto approvato dai suoi stessi eredi, quello che finisce sullo schermo non è un racconto: è un comunicato stampa lungo due ore, con la colonna sonora giusta. I morti non querelano. I loro avvocati, invece, sì.