Dal 2011 a oggi: brani mai pubblicati, sessioni di studio e materiale visivo finiti in mani anonime e rivenduti per cifre importanti
Ariana Grande ha presentato una denuncia civile presso un tribunale di Los Angeles contro un gruppo di soggetti ancora non identificati, accusati di aver orchestrato una serie di attacchi informatici sistematici ai danni della cantante e di chi collabora con lei. L’azione legale, depositata lunedì, prende di mira hacker anonimi che avrebbero sfruttato tecniche di phishing per infiltrarsi nei dispositivi e negli account digitali di fotografi e produttori legati alla pop star, sottraendo e poi rivendendo materiale inedito a pagamento.
PHISHING E FURTI DAL 2011
Secondo quanto ricostruito dai legali della cantante, il fenomeno ha radici profonde: le violazioni si sarebbero moltiplicate fin dal 2011, anno del debutto discografico di Grande. Il primo episodio documentato nel testo della causa risale al 2019, quando degli hacker riuscirono a impossessarsi delle credenziali di accesso a un account Dropbox appartenente a un fotografo che aveva lavorato con l’artista. L’anno successivo, nel 2020, fu preso di mira il cellulare di un produttore musicale: in quel caso i malintenzionati riuscirono a recuperare master originali, demo non ancora pubblicati e riprese delle sessioni di registrazione.
DEMO E MASTER RUBATI AI COLLABORATORI
L’escalation raggiunse livelli preoccupanti nel 2023, quando ben 45 brani inediti di Grande finirono online in seguito a un singolo accesso non autorizzato. Nel 2024, invece, i responsabili avrebbero adottato una tattica più sofisticata: la creazione di un indirizzo Gmail e di un dominio web che imitavano quelli di un fotografo reale, inducendo così un tecnico digitale a inviare fotografie inedite appartenenti all’artista, convinto di comunicare con un interlocutore legittimo.
La cantante non punta solo a ottenere un risarcimento economico, ma soprattutto a scoprire le identità dei responsabili. Nei documenti depositati si legge che si tratta di una questione urgente non soltanto per Grande in prima persona, ma anche nell’interesse di chiunque operi nel settore musicale e rischi di subire condotte analoghe. I legali descrivono il comportamento degli hacker come «furto illecito e oltraggioso, diffusione e sfruttamento di contenuti non pubblicati», sottolineando la necessità di scoraggiare simili pratiche nella maniera più efficace possibile.
Pirateria da milioni, identità ignote
Il caso si inserisce in un contesto di pirateria digitale che affligge l’industria musicale da oltre un decennio: nel 2012 fu il turno di Lady Gaga, i cui file di «Artpop» circolarono online mesi prima dell’uscita ufficiale, mentre nel 2019 materiale inedito di Billie Eilish fu trafugato con modalità simili. Grande, che ha venduto oltre 85 milioni di dischi in tutto il mondo e nel 2024 ha incassato più di 250 milioni di dollari con il tour «Eternal Sunshine», rappresenta un bersaglio di primissimo livello per chi commercia contenuti rubati. Il mercato nero degli inediti musicali muove cifre significative: secondo alcune stime di settore, un master inedito di un’artista del calibro di Grande può essere rivenduto tra hacker e collezionisti per somme che vanno dai 5.000 ai 50.000 dollari a brano. La scelta di citare in giudizio «John Doe» — ovvero soggetti anonimi — è una mossa legale consolidata negli Stati Uniti per obbligare i provider e le piattaforme a rivelare i dati degli utenti attraverso ordini giudiziari di discovery, ed è la stessa strategia usata da Taylor Swift nel 2023 contro chi aveva diffuso le coordinate del suo jet privato.
— Showblitz