ALESSIA MARCUZZI SUI SOCIAL CON L’APOLOGIA DELLA MENOPAUSA

Dal tabù dell’età all’hashtag #InBloom: la conduttrice abbatte i cliché sul tempo che passa con un’etimologia greca e una narrazione patinata. Ma tra calori improvvisi e “nuove fioriture”, la menopausa diventa il nuovo status symbol della consapevolezza

Per decenni è stata l’eterna ragazza del panorama televisivo italiano: gambe chilometriche, sorriso smagliante, un’energia quasi sospetta e un’attitudine a ignorare lo scorrere del tempo con la disinvoltura con cui si schiva una pozzanghera. Poi, all’improvviso, tra un reel di outfit e un tutorial per la pelle radiosa, ecco la svolta filosofico-etimologica che non ti aspetti.

L’ETIMOLOGIA CHE SFIDA I PREGIUDIZI

Alessia Marcuzzi ha deciso di rompere l’ultimo grande tabù del mondo dello spettacolo con un post su Instagram, trasformando la perimenopausa in un nuovo brand di consapevolezza

L’incipit del suo post sembra quasi una lezione di linguistica antica:

“Menopausa, dal greco mēn, ‘mese’, e pausis, ‘cessazione’. Quel ‘men’ di menopausa non significa ‘meno’ ma, dicendolo, stranamente sembra. E quanto suona male. E quando arriva, quante di noi si sentono proprio così? Meno donna. Meno rilevante. Meno competente. Meno divertente. Meno desiderabile. Meno noi.”

Un’analisi semantica raffinata per spiegare come un prefisso greco sia stato vittima di un malinteso storico e sociale. La conduttrice prosegue poi nel suo racconto confessione, ammettendo che neanche la perfezione patinata dei social la rendeva immune al timore di invecchiare:

IL CONFESSIONAL PATINATO SUI SOCIAL

“Io sono entrata in perimenopausa a 47 anni e questo cambiamento è stato proprio faticoso. E per un bel po’ me ne sono anche vergognata. Mi vergognavo di dirlo, e se mi facevano qualche battuta perche’ dimenticavo cose o avevo un calore improvviso… ‘guardati sembri una in menopausa!’, io ridevo per smentire quella parola e la sua accezione negativa, ma dentro avrei tanto voluto urlare e dire: Siiiiiiiiiii….e allora?????”

Ed eccolo qui, il corto circuito. La star che per anni ha incarnato l’ideale della giovinezza senza fine, tra un calore improvviso e una dimenticanza, decide di fare l’apologia di quella fase della vita che il marketing ha sempre cercato di nascondere sotto il tappeto (o dietro un buon correttore). Ma non si tratta solo di uno sfogo: da vera regina della comunicazione, la Marcuzzi trasforma il disagio in una poetica e rinascita metaforica:

“Oggi ve lo racconto perché in qualche modo io sono rinata e ho imparato a vedere i lati buffi e positivi di essere una donna piu’ consapevole. E vorrei che nessuna di noi si sentisse mai ‘meno’. Vorrei che imparassimo a guardare questa fase anche come l’inizio di un nuovo capitolo, di una nuova stagione. Una nuova fioritura. Noi siamo In Bloom.”

Insomma, dimenticate le vampate di calore intese come fastidio: d’ora in poi chiamiamole “fioriture tropicali”.

Il messaggio è indubbiamente importante e abbatte un pregiudizio ancora troppo radicato. Resta solo un piccolo, irriverente dubbio per noi comuni mortali: se persino Alessia Marcuzzi — sempre impeccabile, tonica e “In Bloom” — ha dovuto lottare contro la sensazione di sentirsi “meno”, a noi non resta che accogliere le nostre “fioriture” con tanta autoironia e, possibilmente, un ventilatore a portata di mano.

Ma si può davvero parlare di “apologia”?

DAL TABÙ AL BRAND DI CONSAPEVOLEZZA

La risposta è sì, e in senso del tutto moderno ed editoriale.

Tradizionalmente la parola “apologia” indica la difesa o l’esaltazione appassionata di qualcosa che viene ingiustamente criticato, condannato o discriminato. Per decenni la menopausa è stata vista (e raccontata) solo attraverso la lente del declino, della perdita di seduttività e del “fine carriera biologico”.

In questo senso, il post di Alessia Marcuzzi fa a tutti gli effetti un’apologia della menopausa:

Ne riabilita il nome: parte dalle radici greche per liberare la parola dall’equivoco del sentirsi “meno”.

Ne ribalta la percezione: da momento di “cessazione” e vergogna a “nuova fioritura” e inizio di un capitolo superiore (“In Bloom”).

La trasforma in uno status: applica l’estetica patinata, glamour ed energica tipica della star a una condizione biologica finora vissuta nel privato, quasi con imbarazzo.

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