di Viviana Viviani
Nell’ambito del Premio Tenco 2026 abbiamo partecipato a una conferenza sull’Intelligenza artificiale, il suo presente, il futuro e i rischi connessi
Sanremo. Nella sede del Club Tenco si è tenuta la tavola rotonda “La canzone ai tempi dell’intelligenza artificiale”. Irene Buselli, Alessandro Alfieri e Simone Aliprandi, moderati da Steven Forti, hanno dato vita a un dibattito di grande interesse, ognuno con le proprie competenze e visioni sul tema.
LA MATEMATICA DIETRO L'IA MUSICALE
Apre Irene Buselli, cantautrice e matematica genovese. Ha vinto il Premio Bindi 2023 ed è stata ospite al Tenco 2024 dopo l’album d’esordio Io, io, io. Ha un dottorato in Reliable Artificial Intelligence e lavora da anni come ricercatrice industriale nel campo dell’IA e del machine learning.
“Anche se adesso ci sembra una cosa nuova, in realtà l’intelligenza artificiale esiste da decenni. Le reti neurali, che adesso sono alla base di tutta la tecnologia tipo ChatGPT, cominciano a funzionare veramente bene già a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90. Si tratta di algoritmi di machine learning: una macchina che cerca di imparare facendo mimesi di quello che fanno gli esseri umani. Se il compito è riconoscere un cane da un gatto, anziché dirgli: guarda, il cane ha la coda un pochino più corta, il gatto ha le orecchie un po’ più a punta, si dice alla macchina, esattamente come si fa con i bambini: queste sono 100 foto di cani, queste sono 100 foto di gatti, quando ti faccio vedere la 200esima foto tu mi devi saper dire se è un cane o un gatto.
Noi stiamo già delegando la musica agli algoritmi da moltissimo tempo. Quando apriamo Spotify, Apple Music, Amazon Music veniamo profilati come ascoltatori, e un algoritmo decide esattamente che cosa noi ascolteremo. Sono ormai molti anni che abbiamo deciso che la canzone è qualcosa che deve massimizzare una metrica, e quella metrica è il gradimento stabilito dall’intelligenza artificiale. Motivo per cui Spotify può permettersi di dire: mi raccomando, artisti, meno di 3 minuti di canzone, che il ritornello parta entro il primo minuto.
Adesso arriva l’ultimo step, l’intelligenza artificiale generativa. Con applicazioni come Suno stiamo parlando di una generazione di musica che, se non è indistinguibile da quella umana, poco ci manca, tant’è che cominciano a esserci sulle piattaforme quintali di musica artificiale. Più che parlare dell’intelligenza artificiale in sé, secondo me è interessante parlare dell’intelligenza artificiale in noi. Il nostro concetto di musica sta appiattendosi verso il cercare di ottimizzare una metrica di gradimento, facendo qualcosa che assomiglia a qualcosa che ha già funzionato.”
Prosegue Alessandro Alfieri, filosofo e saggista. Insegna Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Belle Arti di Palermo ed è giornalista pubblicista esperto di estetica, popular music e linguaggio neoseriale.
RETI NEURALI E CANZONI UMANE
“Sono un filosofo, perciò il mio ruolo qui è dire cose poco popolari, al limite dello sgradevole. Farò solo domande, come deve fare un filosofo. Dal lato della fruizione, cambia qualcosa? L’emozione che un ascoltatore prova dinanzi a una canzone cambia di natura se esce fuori che quella canzone è stata generata da un algoritmo o realizzata da una coscienza umana? C’è una metrica per misurare l’autenticità dell’emozione di un fruitore? Da qui ai prossimi 5, chi dice massimo 7 anni, sarà impossibile per qualsiasi intelletto umano distinguere una canzone realizzata dall’intelligenza artificiale da una realizzata da un qualsiasi genio con cui siamo cresciuti. Non vorrei scomodare Borges, ma sappiamo che se prendo una macchina da scrivere e comincio a pigiare tasti a caso, c’è una possibilità su “infinito meno uno” che io scriva il Don Chisciotte. Anche l’arte della scrittura delle canzoni si gioca su un ventaglio di opzioni, non è davanti all’infinito. Scrivere canzoni, come tutte le altre modalità espressive, ha dei criteri, e qui dico una cosa particolarmente impopolare in questa sede.
L’intelligenza artificiale è un po’ il riscatto delle dottrine platoniche e soprattutto della dottrina di Raimondo Lullo, poi ripresa dagli empiristi inglesi nel Seicento. Secondo questa dottrina, tutti gli atti umani, dal pensiero ai sentimenti alle espressioni artistiche, non sono nient’altro che risultati dell’ars combinatoria. Tutto il resto è feticismo. E dinanzi all’ars combinatoria, nel momento in cui la memoria diventa infinita, l’intelligenza artificiale ci sarà sicuramente avanti.
Anche il fandom è basato su un atto di feticismo. Io ascolto una canzone e mi convinco che dall’altra parte ci sia qualcuno che coincide a livello di anima con la canzone che ha scritto. Sapete benissimo quante persone ci rimangono male quando entrano in contatto con i propri paladini. Umberto Eco ci ha insegnato che l’artista dovrebbe fare la sua opera e morire, perché quello che aveva da dire l’ha detto. Perché non applicare questo principio all’intelligenza artificiale, che non deve nemmeno morire?”
Il terzo intervento è di Simone Aliprandi, avvocato specializzato in proprietà intellettuale, che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel diritto delle tecnologie digitali.
ALFIERI: IL FUTURO DELLA CREATIVITÀ
“Siamo disorientati perché fino a qualche anno fa eravamo convinti che l’atto creativo fosse una cosa o divina o umana. Poi arriva un algoritmo che emula il comportamento umano anche sul piano creativo, al punto da non riuscire più a distinguere se una cosa è creata dall’essere umano o da una macchina. Tutta la teoria del diritto d’autore che ci portiamo dietro da circa tre secoli ha un principio cardine: la creatività è umana, e il diritto d’autore nasce nel momento in cui c’è sufficiente creatività. Mettiamo che io prenda una tastiera degli anni 90, scelga una base samba così com’è e la faccia durare 3 minuti, dicendo che è una canzone che ho scritto io. Non ho nessun diritto d’autore, e non ce l’ha neanche chi ha fatto la base, perché quello è un cliché standard. Quindi questo problema c’era già. C’è anche il discorso degli animali, che non possono essere titolari del diritto d’autore: l’animale crea ma non sa di creare. Esiste un maiale, si chiama Pigcasso, che ha creato opere.
Quando è arrivata l’intelligenza artificiale, le professioni che si sentivano intoccabili dall’automazione si sono sentite toccate: i musicisti, gli avvocati, i giornalisti, i saggisti. Un autore mio amico, Paolo Dalprato, parla di creatività ibrida: abbiamo creato oggetti per creare da ben prima, a partire dallo scalpello e dal martello per fare le statue. Prima però c’era un controllo umano molto più stringente. Adesso questi strumenti hanno un livello di autonomia che mette in imbarazzo, perché non capisci più dove è finito l’intervento umano e dove è iniziato quello della macchina. Più il prompt è raffinato e preciso, più la macchina fa quello che voglio io. E quindi il diritto d’autore dov’è? È in come utilizziamo questi strumenti. Non risulta esistano software che si svegliano la mattina e creano canzoni: c’è sempre un tizio dietro la tastiera che gli dice ‘creami una canzone’.
Al MoMA di New York nel 2023 c’era un’installazione di Refik Anadol che proiettava a ciclo continuo immagini generate da un software addestrato con oltre 130.000 immagini di opere d’arte. Anadol non era lì, il software andava avanti da solo. Potevi schiacciare un bottone e fermare una delle immagini, poi alla reception ti davano il file, l’NFT tra l’altro. Di chi è il diritto d’autore di quella singola immagine? Di Anadol, che ha creato il meccanismo? Tuo, perché hai schiacciato il bottone al momento giusto? Degli artisti delle opere con cui l’installazione è stata addestrata? Oppure, ed è secondo me il rasoio di Occam, non è di nessuno, perché non c’è un’attività creativa vera che possa generare il diritto d’autore.”
Interviene infine il moderatore Steven Forti, docente di Storia contemporanea all’Università Autonoma di Barcellona.
“Sono uno storico e lavoro molto sulla politica. Sappiamo benissimo le sfide che l’intelligenza artificiale sta ponendo alla sopravvivenza stessa della democrazia, unite a un’ondata autoritaria che in alcuni casi la utilizza in modo molto evidente. La musica umana è finita, forse. So benissimo che è una provocazione eccessiva. Mi riferisco a come sarà possibile, per artisti umani che devono portare a casa la pagnotta in un momento già di per sé difficile, competere con l’intelligenza artificiale. La canzone sarà solo una possibilità per gli aristocratici del XXI secolo, mantenuti. Da marxista o post-marxista penso che Marx ci raccontava che il grande problema della società è chi detiene i mezzi di produzione. L’intelligenza artificiale non è democratica, o almeno non lo è la sua proprietà. E per ultimo la provocazione maggiore. Dovremmo essere luddisti? Oppure tecnosoluzionisti, come vorrebbero i tecnoligarchi autoritari alla Elon Musk? O facciamo una bella brigata del Tenco e andiamo a distruggere i centri dati? Sto scherzando ovviamente, però la lancio come provocazione.”
IL MACHINE LEARNING IMPARA DAI GATTI
Una tavola rotonda sfaccettata, che ha spaziato dalla scienza alla filosofia, dal diritto alla storia, lasciando molte domande aperte e aprendone di nuove. Se vogliamo mettere un punto, almeno dalla parte dell’artista, può aiutarci quanto detto in quella stessa stanza, alla conferenza stampa del mattino, da Caparezza, vincitore della Targa Tenco 2026 per il miglior album in assoluto con Orbit Orbit:
“Mi chiedono spesso dell’intelligenza artificiale. Nell’alleggerimento burocratico va benissimo, nelle ricerche ci può stare, ma nel processo creativo io non ce la metto. Vedo l’opera finale come il compimento di un percorso che dovrebbe farti evolvere. Il percorso creativo non è solo rose e fiori, ci sono tante frustrazioni, momenti no. Proprio per questo ogni album mi ha lasciato qualcosa, nel bene e nel male. A quella cosa non voglio rinunciare, non voglio demandarla a una macchina, perché svuota il valore di quello che faccio. Quando guardo il mio disco vedo quattro anni della mia vita, non voglio privarmi di quegli anni di crescita.”