Ogni autunno i banchi delle librerie si riempiono di confessioni firmate da volti noti, pronte per finire sotto l’albero di Natale. Peccato che il libro del vip sia prima di tutto un oggetto da regalare, non da leggere, e che la penna, molto più spesso di quanto ammettiamo, sia di qualcun altro.
C’è una stagione precisa in cui il personaggio dello spettacolo diventa scrittore, ed è adesso. Da ottobre a dicembre il “celebrity book” invade i tavoli delle librerie: l’autobiografia che svela tutto, il romanzo del cantante, il memoir del conduttore, il diario di bordo dell’influencer. Arrivano tutti insieme, e non è un caso: sono pensati per il pacchetto sotto l’albero, il regalo facile da fare alla zia che “segue la tv”. Il libro del vip non è un libro, è un prodotto stagionale. E come ogni prodotto stagionale va guardato con un minimo di sospetto.
IL REGALO CHE NESSUNO LEGGE
Il primo sospetto è che non sia fatto per essere letto. È fatto per essere regalato, sfogliato, messo in bella vista. La copertina conta più delle pagine. Non è un delitto, ma smettiamola di chiamarlo “libro” con la stessa faccia con cui lo diciamo per un romanzo: è un gadget con la costina rigida, l’equivalente editoriale della tazza con la faccia del comico.
Il secondo sospetto è più scomodo, e riguarda chi lo ha scritto davvero. Scrivere un libro è difficile e lungo, e chi ha una vita pubblica piena quasi mai ha il tempo o il mestiere per farlo. Esiste per questo una figura antica e rispettabile, il ghostwriter, lo scrittore ombra: un professionista che dà forma alle parole di un altro. Non è una truffa, è un artigianato. All’estero, anzi, lo si dice con naturalezza. Andre Agassi mise in “Open” la mano di J.R. Moehringer, giornalista premio Pulitzer, e nessuno gridò allo scandalo: quel libro è considerato una delle migliori autobiografie sportive di sempre. Lo stesso Moehringer ha poi scritto “Spare”, il memoir del principe Harry, e la cosa è di dominio pubblico. Più indietro, John Fitzgerald Kennedy vinse addirittura un Pulitzer con “Ritratti del coraggio”, salvo scoprirsi dopo che la prima stesura l’aveva messa giù il suo collaboratore Ted Sorensen.
Il punto è tutto qui, ed è un punto italiano. Fuori dai nostri confini lo scrittore ombra a volte finisce in copertina, diventa un nome, viene pagato come una star. Da noi no: da noi il ghost è rigorosamente taciuto o addirittura negato, come se ammettere un aiuto fosse un peccato capitale. Il vip italiano ci tiene a farci credere di aver scritto tutto da solo, di notte, “finalmente con parole mie”. E le poche eccezioni confermano la regola: quando Giulia De Lellis mise in copertina anche Stella Pulpo, la sua scrittrice, fu quasi una rarità di cui parlare.
LA COPERTINA VALE PIÙ DELLE PAGINE
Siamo onesti fino in fondo, perché l’opinione non diventi ingiustizia. Farsi aiutare a scrivere non è disonesto, e alcuni volti noti scrivono per davvero, bene. Il lettore molte volte lo sa e non gliene importa niente: compra un pezzo di vicinanza al suo beniamino, non un capolavoro letterario. E le grandi autobiografie della storia, da sempre, sono nate con qualcuno che teneva la penna per conto del protagonista.
Ma una cosa è la collaborazione, un’altra è la messinscena. Il celebrity book si vende sull’intimità, sulla promessa “ora vi dico la verità, io, con le mie mani”. Ed è proprio quella mano che spesso non c’è. Compriamo la confezione, non la vita; e in Italia pretendiamo pure che il regalo se lo sia incartato da solo. La pagina più sincera di tanti libri di vip, a pensarci bene, resta l’unica che hanno scritto davvero: la dedica.