Il cantautore romano esce con un doppio album zeppo di successi, gioca sulla sua romanità, e prepara il tour estivo
C’è un momento preciso nella vita di ogni artista romano in cui smette definitivamente di combattere contro il proprio destino e si consegna mani e piedi al personaggio. Per Antonello Venditti quel momento sembra essere arrivato con l’uscita del nuovo album live intitolato, semplicemente, “DAJE!”.
E infatti dentro quel titolo c’è tutto. C’è Roma. C’è lo stadio. C’è la carbonara alle due de notte. C’è uno che parcheggia in doppia fila ai Parioli dicendo “so’ cinque minuti”. Ma soprattutto c’è quell’energia da zio motivatore capitolino che ormai Venditti emana pure quando probabilmente ordina un tè caldo.
Perché diciamolo: a un certo punto Antonello non è più diventato un cantante. È diventato direttamente un’atmosfera. Un microclima romano permanente. Una specie de Grande Raccordo Anulare emotivo dove girano in tondo da quarant’anni maturandi commossi, pianoforti epici e gente che appena sente “Notte prima degli esami” guarda nel vuoto come se dovesse ancora recuperà matematica.
Il comunicato parla di “energia”, “emozione”, “legame indissolubile col pubblico”. E va bene. Ma la sensazione vera è che ormai ogni concerto di Venditti assomigli a una gigantesca rimpatriata nazionale dove lui sale sul palco e urla metaforicamente: “REGÀ, ANNAMO!”
E il pubblico, inevitabilmente, je va dietro. Il bello è che “DAJE!” sembra quasi la parodia definitiva di sé stesso. Un titolo talmente romano, talmente urlato, talmente auto-vendittiano da sembrare inventato da Corrado Guzzanti durante una serata particolarmente ispirata sul raccordo anulare.
Manca solo una versione live registrata dentro una Renault 4 parcheggiata in seconda fila davanti al Folkstudio e poi il cerchio sarebbe perfetto.
Però funziona. Eccome se funziona. Perché mentre tutti cercano disperatamente di reinventarsi, Venditti ha capito una cosa semplicissima: dopo cinquant’anni di carriera, il vero lusso è diventare ufficialmente la caricatura monumentale di sé stessi. E urlarlo al mondo con orgoglio. DAJE, appunto.