Il rocker smentisce la versione sull’arresto del 1984 e annuncia azione legale per diffamazione
Vasco Rossi è tornato a parlare dell’arresto del 1984, uno degli episodi più controversi della sua biografia artistica e personale, stavolta costretto a farlo da un commento pubblicato su Facebook da un utente che sosteneva di essere stato detenuto nello stesso periodo. L’accusa era pesante: secondo l’uomo, il cantante avrebbe fatto i nomi dei suoi spacciatori per ottenere una riduzione della carcerazione, comportandosi da informatore. Una ricostruzione che Vasco ha definito non solo falsa, ma capovolta rispetto alla realtà.
LA DENUNCIA CONTRO IL ROCKER
«Ti rispondo con chiarezza perché questa storia, oltre a essere falsa, ribalta completamente la realtà», ha scritto il rocker, scegliendo di affrontare la questione pubblicamente prima di passare alle vie legali.
Il cantante ha ricostruito i fatti punto per punto. Secondo la sua versione, non fu lui a denunciare nessuno, ma fu invece vittima di una denuncia altrui: qualcuno riferì al pubblico ministero di avergli venduto trenta grammi di cocaina, e da quella dichiarazione scattarono un mandato di cattura e una perquisizione. Vasco fu portato in carcere, dove rimase cinque giorni in isolamento totale per un totale di ventidue giorni di detenzione, prima che emergesse, a suo dire, la sua estraneità alla rete di spaccio a cui era stato associato.
VENTIDUE GIORNI DIETRO LE SBARRE
«No, non sono uscito prima perché avrei fatto nomi o accusato qualcuno per risparmiarmi il carcere. È successo esattamente il contrario. Qualcuno fece il mio nome e io finii in galera», ha chiarito.
Dopo la risposta pubblica, Vasco ha annunciato su Instagram di aver trasmesso il commento ai propri legali, parlando di «diffamazione tanto infondata quanto calunniosa». La decisione di procedere per vie legali è accompagnata da un gesto simbolico: il cantante ha dichiarato che l’eventuale risarcimento ottenuto sarà destinato a chi ha sofferto ingiustamente in carcere. Una chiusura che riposiziona l’intera vicenda su un piano tanto personale quanto pubblico, confermando la volontà di non lasciare cadere nel silenzio accuse che, secondo lui, continuano a circolare in forma distorta da decenni.
Querela record, storia decennale
L’arresto del 1984 avvenne mentre Vasco Rossi stava attraversando la fase più critica della sua carriera: «Vita spericolata», pubblicata quell’anno, era destinata a diventare un classico ma al momento del rilascio faticò in classifica, certificando quanto il personaggio fosse ancora divisivo. Oggi Rossi è il detentore del record italiano di presenze pagate a un singolo concerto — oltre 225.000 spettatori al Campovolo di Reggio Emilia nel 2022 (ma Ultimo ne rivendica 250 mila) — e vanta vendite discografiche stimate in oltre 25 milioni di copie nel mercato interno. La vicenda legale del 1984 fu archiviata senza condanna, ma è rimasta nell’immaginario collettivo anche perché il cantante stesso la citò in più interviste tra gli anni Novanta e i Duemila come punto di svolta esistenziale. La scelta di querelare un utente anonimo — scelta non nuova tra i vip italiani, già percorsa da Fedez nel 2021 contro commenti diffamatori e da Chiara Ferragni in contesti analoghi — trasforma un episodio marginale in un precedente potenzialmente significativo sul tema della responsabilità degli utenti nei confronti dei personaggi pubblici sui social.
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