AI TOUR D’ADDIO DEGLI ARTISTI ANDIAMO A SALUTARE NOI STESSI

Cher, Kiss, Ozzy, gli Eagles: nella musica “addio” è la parola che rende di più, e quasi nessuno la rispetta davvero. In Italia, primi fra tutti, i Pooh. Ma forse i finti commiati funzionano per un motivo che non c’entra con loro: non compriamo il loro ultimo concerto, compriamo il nostro.

Umberto Tozzi sta girando l’Italia con “L’ultima notte rosa”, il tour che lui stesso ha presentato come l’addio alla scena live, e il suo è un commiato vero: lo ha deciso dopo la malattia, e quando lo dice gli si crede. Claudio Baglioni ha annunciato il ritiro dalle scene entro il 2026. Due addii sinceri che arrivano, però, in un momento in cui la parola “addio”, nella musica, è diventata soprattutto una tecnica di vendita.

GLI ADDII CHE NON FINISCONO MAI

Perché la storia del pop è lastricata di addii che non erano addii. Cher partì nel 2002 con il “Living Proof: The Farewell Tour”: doveva essere il saluto, finì per essere trecentoventicinque concerti e oltre trecento milioni di dollari d’incasso, e una decina d’anni dopo lei era di nuovo in tournée. I Kiss annunciarono il ritiro nel 2000 e due anni dopo ci ripensarono. Gli Who dissero addio nel 1982 e si riunirono nel 1989. Ozzy Osbourne intitolò un tour “No More Tours”, e nel 2019 ne faceva uno chiamato — senza ridere — “No More Tours II”. Gli Eagles chiamarono il loro “Farewell 1 Tour”, con quell’uno lasciato lì apposta, a tenersi aperta la porta. Phil Collins arrivò a intitolare il suo “First Final Farewell Tour”, cioè “il primo tour dell’addio finale”: una presa in giro onesta, almeno. Il capostipite di tutti fu Frank Sinatra, che si ritirò nel 1971 e nel 1973 era già tornato con un disco intitolato, guarda caso, “Ol’ Blue Eyes Is Back”.

Non è ipocrisia, è contabilità. I numeri dicono che l’addio rende il doppio del saluto. I Mötley Crüe, secondo i dati Pollstar, con un tour normale nel 2013 incassavano circa trecentosessantamila dollari a serata; con il tour d’addio del 2014 ne facevano seicentoquarantasettemila, e passavano da poco più di quattromila a quasi dodicimila biglietti a concerto. Elton John, nello stesso periodo, raddoppiava la media serale nel momento esatto in cui il tour diventava “Farewell”. È semplice: a nessuno dispiace perdersi l’ennesima tappa di una lunga carriera, ma nessuno vuole essere quello che non c’era l’ultima sera.

TOZZI E BAGLIONI SALUTANO DAVVERO

Qui, di solito, l’articolo cinico finisce: i tour d’addio sono una furbata, ve lo diciamo noi. Solo che una conclusione così non spiega perché la furbata funzioni anche quando la conosciamo a memoria. Ci torniamo sapendo benissimo che l’anno prossimo saranno di nuovo lì, come Cher, come i Kiss. E allora forse l’addio che compriamo non è il loro.

Perché un concerto d’addio è l’unica macchina del tempo a prezzo di mercato. Quando parte quella canzone, per tre minuti non abbiamo più l’età che abbiamo: ne abbiamo venti, o quindici, o quella in cui quella canzone voleva dire qualcosa. E il ragazzo o la ragazza che eravamo allora, quello sì, non torna davvero. Ecco perché i finti addii reggono: l’artista può anche rimangiarsi il ritiro, ma la cosa a cui stiamo dicendo addio — noi stessi, com’eravamo — non si rimangia niente. Loro salutano il palco; noi salutiamo chi siamo stati. È il motivo per cui l’addio è l’unico prodotto capace di essere, allo stesso tempo, irripetibile e replicabile all’infinito.

COMPRIAMO IL NOSTRO ULTIMO CONCERTO

Ed è anche il colpo di genio di un’industria che ha reso tutto eterno e disponibile. Nell’epoca in cui ogni canzone è a un dito di distanza e ogni concerto finisce su uno schermo, la sola cosa rimasta da vendere a peso d’oro è la scarsità. E la scarsità più sicura, l’unica che non puoi scaricare, è la fine.

Resta un dubbio, ed è onesto tenerlo. Qualche addio è vero: Elton John il suo lunghissimo “Farewell Yellow Brick Road” l’ha davvero chiuso nel 2023, Ozzy ci ha salutati per sempre nel 2025, Tozzi non sta vendendo niente che non sia sincero. Il rito del commiato, quando è autentico, è una delle poche cerimonie collettive che ci restano, e la nostalgia non è una colpa. Ma la prova del nove è proprio quella: i finti addii funzionano lo stesso. E se funzionano anche quando sappiamo che sono finti, è perché l’unico addio davvero definitivo, in quella sala, non lo sta dando chi è sul palco. Lo stiamo dando noi, a noi stessi.

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