Così Selvaggia Lucarelli, su X: «Faccio tv da anni ma scrivo anche di tv da sempre, conosco i social e so come si muovono molti account. Io e altri “critici” negli anni abbiamo fatto innervosire gente, ma ci abbiamo sempre messo la faccia. Questa roba di nascondersi e armare account anonimi con nomi che spesso richiamano il mondo della tv gestiti da poveracci/e e che hanno come missione rilanciare attacchi suggeriti da conduttori/conduttrici e autori/autrici, direttori di rete o altro, ha francamente rotto i coglioni.
Tra l’altro non mi pare stia portando neppure un granché bene, io ci rifletterei». I RISCHI LEGALI DEGLI ATTACCHI
Selvaggia ha ragione, ma con un asterisco. Sì, gli account anonimi usati come armi da procura sono sporchi e codardi – soprattutto quando gestiti su commissione da gente che non ha nulla da perdere.
QUANDO GLI ATTACCHI DIVENTANO REATO
Il problema è che finché restano nel vago ("dicono che…", "ma chi ti conosce"), il rischio legale per i mandanti rimane basso: diffamazione anonima è difficile da provare. Ma attenzione: se gli attacchi diventano espliciti, nominano fatti precisi e diffamatori, allora sì che scattano i guai. Lucarelli lo sa bene.
La sua frecciatina finale ("non vi sta portando granché bene") è il punto: questi metodi sono anche inefficaci, sputtanano chi li usa. Nel 2026 la gente non è più stupida come cinquant'anni fa.
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