RECENSIONI * «BERLINO» È BELLINA MA NON CI VIVREI

Berlin (Pedro Alonso) prova a sedurre lo spettatore con lo stesso trucco
che aveva reso irresistibile La Casa de Papel: personaggi larger than life,
dialoghi teatrali, fascino da criminali romantici e una tensione costante
da colpo impossibile. Ma con “Berlino e la dama con l’ermellino” il
meccanismo sembra girare a vuoto più del previsto.

Il problema principale non è nemmeno la trama, che sulla carta avrebbe
anche elementi interessanti. Il vero limite è il modo in cui viene
raccontata. La serie continua a interrompere il ritmo con lunghe parentesi
sentimentali, dialoghi enfatici e momenti pseudo-poetici che finiscono per
diluire completamente la suspense. Più che costruire tensione, il racconto
spesso si compiace di sé stesso.

Il protagonista resta magnetico: Berlino conserva quell’eleganza arrogante
e quell’aria da ladro-filosofo decadente che funzionano ancora molto bene
sul piano visivo e carismatico. Ma il fascino del personaggio, da solo, non
basta più a sostenere tutto il peso della narrazione. Soprattutto quando
attorno a lui il racconto si riempie di riempitivi emotivi che rallentano
continuamente il ritmo.

La sensazione è che gli autori siano rimasti intrappolati nella formula
della saga madre, cercando di replicarne l’estetica e il tono senza però
ritrovare davvero la stessa urgenza narrativa. E così “Berlino e la dama
con l’ermellino” finisce per sembrare più una variazione elegante e un po’
narcisa sul tema che un capitolo davvero necessario.

Il fatto che siano previsti altri titoli collegati all’universo di “La Casa
di Carta” lascia capire che il franchise è tutt’altro che concluso. Ma
proprio per questo servirebbe forse meno autocompiacimento e più tensione
vera. Perché il rischio, altrimenti, è che anche il colpo più spettacolare
finisca per sembrare soltanto un lungo esercizio di stile.

Franco Bagnasco

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