Il titolo crolla del 41% in dodici mesi nonostante ricavi in crescita del 16%: gli investitori non si fidano più
Netflix ha toccato un nuovo minimo delle ultime cinquantadue settimane, scivolando fino a 65,63 dollari per azione durante le contrattazioni più recenti. Il ribasso complessivo nell’arco degli ultimi dodici mesi supera ormai il 41%, una flessione che ha eroso oltre 250 miliardi di dollari rispetto al picco raggiunto a metà del 2024. Dall’inizio del 2025 il titolo ha già ceduto il 21% del proprio valore, in un contesto di pressione generalizzata sull’intero comparto tecnologico.
Il paradosso della situazione attuale sta tutto in questo dato: i ricavi del gruppo sono cresciuti del 16% su base annua, e la capitalizzazione di mercato si attesta ancora attorno ai 313 miliardi di dollari. Eppure il mercato non sembra convinto. La previsione di crescita per il terzo trimestre, fissata all’11,7% annuo, è risultata inferiore alle aspettative degli analisti ed è la più contenuta registrata dal 2023, un segnale che ha accelerato il sentiment negativo tra gli investitori istituzionali.
IL CROLLO DEL 41% IN BORSA
Dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali, diverse case d’investimento hanno rivisto al ribasso le proprie stime di breve periodo, adottando un approccio più cauto. Un elemento che complica ulteriormente l’analisi è la scelta della società di non rendere più pubblici i dati sugli abbonamenti con cadenza trimestrale: una decisione che rende difficile valutare se i recenti aumenti di prezzo abbiano effettivamente frenato l’acquisizione di nuovi utenti o se la base abbonati stia tenendo.
RICAVI IN CRESCITA, FIDUCIA IN CALO
Per sostenere la crescita, Netflix sta diversificando in modo significativo la propria offerta editoriale. Il gruppo ha avviato accordi con grandi publisher come Condé Nast, Hearst e People per integrare contenuti di lifestyle nella propria piattaforma, un territorio tradizionalmente estraneo al modello streaming. Parallelamente, ha aperto le porte ai podcast video e ai creator provenienti da YouTube, puntando su formati a basso costo di produzione ma ad alto potenziale di engagement.
DATI ABBONATI TENUTI NEL CASSETTO
La concorrenza nel mercato dei contenuti in streaming si fa sempre più aggressiva, con Disney+, Amazon Prime Video e Apple TV+ che continuano a investire massicciamente in produzioni originali. Gli investitori restano focalizzati sulla capacità di Netflix di sostenere la crescita della raccolta pubblicitaria attraverso il piano con inserzioni, lanciato nel 2022, che rimane ancora lontano dal contribuire in modo determinante ai ricavi complessivi.
Storia si ripete, conti non bastano
Netflix ha chiuso il 2024 con ricavi annuali superiori a 39 miliardi di dollari, ma il mercato sconta già un rallentamento strutturale che ricorda da vicino quello vissuto nel 2022, quando il titolo perse oltre il 70% in sei mesi dopo il primo calo trimestrale di abbonati dal 2011. All’epoca, tra aprile e maggio 2022, la capitalizzazione scese sotto i 100 miliardi, trascinando giù l’intero comparto streaming. La decisione del 2023 di abbandonare la comunicazione trimestrale degli abbonati — sostituita da metriche sulle ore di visione — ha privato gli analisti di un indicatore chiave, creando un vuoto informativo che il mercato tende storicamente a punire con volatilità. Il piano advertising, su cui Netflix conta per la crescita dei ricavi nei prossimi anni, ha raggiunto 40 milioni di utenti attivi mensili a maggio 2024, ma genera ancora meno del 10% dei ricavi totali: troppo poco per compensare la saturazione dei mercati maturi come Stati Uniti ed Europa occidentale. L’ingresso nei contenuti lifestyle appare una mossa difensiva più che offensiva, e storicamente le piattaforme che hanno diluito la propria identità editoriale — come Quibi, chiusa nel 2020 dopo soli sei mesi — hanno pagato il prezzo più alto.
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