IL PADRE DI AMY WINEHOUSE PAGA 950MILA STERLINE: PERDE LA CAUSA (E LA FACCIA)

L’Alta Corte di Londra lo condanna a rimborsare le spese legali delle due amiche della cantante

Mitch Winehouse, padre della leggendaria Amy Winehouse — scomparsa il 23 luglio 2011 a soli 27 anni — è stato condannato dall’Alta Corte di Londra a versare circa 950mila sterline, equivalenti a oltre un milione di euro, a due figure chiave nella vita della figlia: l’ex stylist Naomi Parry e la confidente Catriona Gourlay. La sentenza chiude una vicenda legale nata dalla vendita all’asta, avvenuta negli Stati Uniti, di abiti, borse e accessori appartenuti alla cantante.

LA CONDANNA DELL'ALTA CORTE

Mitch aveva trascinato in giudizio le due donne sostenendo che l’operazione fosse stata condotta senza il suo consenso e senza che venisse informato. Le due si erano difese spiegando che gli oggetti erano stati loro donati o prestati direttamente da Amy in vita, e che non avevano quindi agito in malafede. Il tribunale ha accolto le loro ragioni già in aprile, respingendo l’azione legale intentata dall’uomo.

La giudice Sarah Clarke ha usato parole dure nei confronti di Mitch Winehouse nella fase dedicata alla determinazione dei costi. Ha stabilito che l’uomo «ha trasformato deliberatamente questo caso in un contenzioso su larga scala e costoso, in circostanze studiate per esercitare pressione commerciale affinché le parti si accordassero alle sue condizioni». Una valutazione che ha inciso in modo determinante sulla decisione di addossargli l’intero onere delle spese legali sostenute dalle convenute: 569.330 sterline per Parry e 394.521 sterline per Gourlay.

LE ACCUSE DELLA GIUDICE CLARKE

A queste cifre si aggiunge quasi un milione di sterline in spese legali proprie, accumulate durante un procedimento che si è concluso a suo sfavore. Il totale complessivo supera quindi abbondantemente i due milioni di sterline.

Alla base della controversia c’era anche una questione di destinazione del denaro: l’asta aveva generato oltre 1,4 milioni di dollari, e Mitch aveva rivendicato una quota di quei proventi a nome della Amy Winehouse Foundation, l’ente benefico intitolato alla figlia che supporta i giovani in difficoltà con programmi legati al benessere mentale e alla prevenzione delle dipendenze. La fondazione opera dal 2011 ed è oggi uno degli strumenti più visibili con cui la famiglia mantiene viva la memoria della cantante. Tuttavia, le modalità con cui Mitch ha perseguito questa rivendicazione sono state giudicate sproporzionate e strumentali dal tribunale.

Eredità di Amy, padre sconfitto

Amy Winehouse ha venduto oltre 33 milioni di copie del suo secondo album «Back to Black» (2006), che scalò le classifiche in 26 paesi e le valse cinque Grammy nel 2008: un record storico per un’artista britannica. La gestione del suo patrimonio postumo è stata fin dall’inizio controversia aperta: nel 2021, a dieci anni dalla morte, emerse che i diritti musicali erano stati oggetto di trattative riservate con diverse major. Mitch Winehouse ha costruito negli anni un profilo pubblico molto attivo attorno alla memoria della figlia — inclusa la pubblicazione di un’autobiografia nel 2012 e la consulenza per il documentario «Amy» di Asif Kapadia (2015, Oscar al miglior documentario) — ma ha anche accumulato critiche per la gestione commerciale del lascito artistico. Nel settore, cause di questo tipo intorno agli estate di artisti prematuramente scomparsi sono frequenti: basti pensare alle battaglie legali sul patrimonio di Prince, morto nel 2016, che si sono trascinate per oltre sei anni. Spendere quasi due milioni di sterline in un contenzioso perso è, sotto qualsiasi prospettiva, una sconfitta che va ben oltre l’aula di tribunale.

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